Pasolini parla quarant’anni dopo

By Pietropaolo Morrone on 2 dicembre 2015 — 16 mins read

Ho composto questo dialogo (nel senso di “assemblato”) tra Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino, Edoardo Sanguineti, Goffredo Parise e Serge Latouche a partire da articoli, poesie, interviste, carteggi che risalgono ai primi anni settanta del secolo scorso. Si può osservare come Pasolini sia stato straordinariamente moderno nell’intuire alcuni effetti negativi della globalizzazione e del consumismo. Il suo invito a “tornare indietro” fu osteggiato e ridicolizzato dagli intellettuali del tempo, ma è accolto, a quarant’anni di distanza, dal teorico della “decrescita”, Serge Latouche. Sono state fatte solo delle piccole modifiche ai testi originali . Le fonti sono riportate in calce

PASOLINI: Io sono un uomo antico, che ha letto i classici, che ha raccolto l’uva nella vigna, che ha contemplato il sorgere e il calare del sole sui campi, tra i vecchi, fedeli nitriti, tra i santi belati; che è poi vissuto in piccole città dalla stupenda forma inespressa dalle età artigianali, in cui anche un casolare o un muricciolo sono opere d’arte, e bastano un fiumicello o una collina per dividere due stili e creare due mondi. (Non so quindi cosa farmene di un mondo unificato dal neocapitalismo, ossia da un internazionalismo creato, con la violenza, dalla necessità della produzione e del consumo1). Perché la nostra ansia, se è giusto che non sia più ansia di miseria, sia ansia di beni necessari. Torniamo indietro, col pugno chiuso, e ricominciamo daccapo. Non vi troverete più di fronte al fatto compiuto di un potere borghese ormai destinato a essere eterno. Il vostro problema non sarà più il problema di salvare il salvabile. Nessun compromesso. Torniamo indietro. Viva la povertà. Viva la lotta comunista per i beni necessari. Cinque anni di «sviluppo» hanno reso gli italiani un popolo di nevrotici idioti, cinque anni di miseria possono ricondurli alla loro sia pur misera umanità2.

CALVINO: Non condivido il tuo rimpianto per la tua Italietta contadina […] Questa critica del presente che si volta indietro non porta a niente […]. Quei valori dell’Italietta contadina e paleocapitalistica comportavano aspetti detestabili per noi che la vivevamo in condizioni in qualche modo privilegiate; figuriamoci cos’erano per milioni di persone che erano contadini davvero e ne portavano tutto il peso. È strano dire queste cose in polemica con te, che le sai benissimo, ma hai […] finito per idealizzare un’immagine della nostra società che, se possiamo rallegrarci di qualche cosa, è di aver contribuito poco o tanto a farla scomparire3. 

PASOLINI: Caro Calvino […] tutti dicono che rimpiango qualcosa, facendo di questo rimpianto un valore negativo e quindi un facile bersaglio […] Io rimpiangere l’«Italietta»? […] Gli uomini di questo universo non vivevano un’età dell’oro, come non erano coinvolti, se non formalmente con l’ItalietTa. Essi vivevano quella che Chilanti ha chiamato l’età del pane. Erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita […] l’acculturazione del Centro consumistico, ha distrutto le varie culture del Terzo Mondo (parlo ancora su scala mondiale, e mi riferisco dunque appunto anche alle culture del Terzo Mondo, cui le culture contadine italiane sono profondamente analoghe): il modello culturale offerto agli italiani (e a tutti gli uomini del globo, del resto) è unico. La conformazione a tale modello si ha prima di tutto nel vissuto, nell’esistenziale: e quindi nel corpo e nel comportamento. E’ qui che si vivono i valori, non ancora espressi, della nuova cultura della civiltà dei consumi, cioè del nuovo e del più repressivo totalitarismo che si sia mai visto. Dal punto di vista del linguaggio verbale, si ha la riduzione di tutta la lingua a lingua comunicativa, con un enorme impoverimento dell’espressività. I dialetti (gli idiomi materni!) sono allontanati nel tempo e nello spazio4.

SANGUINETI: Com’era verde, però, la nostra valle! E com’erano carini i sottoproletari di una volta! Io me li ricordo benissimo, pittoreschi e straccioni, che con la selezione naturale venivano su come tante querce. […] Ah, i nostri ragazzi di Vita, che bella Vita violenta che si facevano. Brutti tempi, quando i sottoproletari si infilano la cattiva strada che li può portare, un giorno o l’altro, non so, a leggere Vico, a leggere Gramsci. Perduta la splendida «rozzezza» di un tempo, si sono messi anche a fare gli «studenti», i maleducati (…)5

PASOLINI: Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore. Vengo dai ruderi, dalle chiese, dalle pale d’altare, dai borghi abbandonati sugli Appennini o le Prealpi dove sono vissuti i fratelli6. L’Italia è passata all’epoca del Consumismo e della Sottocultura, perdendo così ogni realtà, la quale è sopravvissuta quasi unicamente nei corpi e precisamente nei corpi delle classi povere. Protagonista dei miei film, è stata così la corporalità popolare […]. Mi pento dell’influenza liberalizzatrice che i miei film eventualmente possano aver avuto nel costume sessuale della società italiana. Essi hanno contribuito, in pratica, a una falsa liberalizzazione, voluta in realtà dal nuovo potere riformatore permissivo, che è poi il potere più fascista che la storia ricordi. Nessun potere ha avuto infatti tanta possibilità e capacità di creare modelli umani e di imporli come questo che non ha volto e nome 7.

Abbiamo creduto che questo cambiamento  dovesse essere tutta la nuova storia.  Invece grazie a Dio si può tornare indietro.  Anzi, si deve tornare indietro.  Anche se occorre un coraggio  che chi va avanti non conosce8.

PARISE: È vero. Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante […] La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. […] E ora veniamo alla povertà. Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra. Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”. Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione. Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà. Il nostra paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano.
Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni. Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori […] I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Hai ragione, Pasolini, quando parli di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo. La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona. Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella. Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese9.

LATOUCHE: Io la chiamo decrescita. Suona come una sfida o una provocazione […] Significa abbandonare radicalmente l’obiettivo della crescita, un obiettivo il cui motore non è altro che la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale e le cui conseguenze sono disastrose per l’ambiente … i limiti della crescita sono definiti dalla quantità disponibile di risorse naturali […] Non è possibile la crescita indefinita in un mondo finito […] La riproduzione sostenibile ha regnato sulla Terra all’incirca fino al diciottesimo secolo; è ancora possibile trovare esperti di riproduzione sostenibile tra gli anziani dei paesi del sud del mondo. Gli artigiani e gli agricoltori che hanno conservato gran parte dell’eredità dei modi ancestrali di fare e pensare vivono generalmente in armonia con il loro ambiente […] Caro Pierpaolo, mi mai pensare a quei contadini che piantavano ulivi e fichi di cui non avrebbero mai visto i frutti pensando alle generazioni successive, senza esservi costretti da alcun regolamento ma semplicemente perché i loro genitori, i loro nonni e tutti coloro che li avevano preceduti avevano fatto lo stesso (…)10

PALLANTE: La crescita economica, occorrerà ripeterlo fino allo sfinimento ma non basterà, non è l’aumento della quantità dei beni prodotti […] La parola che definisce gli oggetti e i servizi scambiati con denaro è merci […] I concetti di bene e di merce indicano pertanto due caratteristiche diverse di un oggetto o di un servizio. Diverse non significa contrarie, perché il contrario di merce non è bene, ma oggetto o servizio non scambiato con denaro, e il contrario di bene non è merce, ma oggetto o servizio che non offre alcuna utilità […] Un sistema economico finalizzato alla crescita della produzione di merci, che identifica il benessere con la crescita del PIL, cioè con l’aumento del valore monetario delle merci a uso finale scambiate con denaro in un periodo di tempo determinato, non può, per definizione, non tendere a ridurre con tutti i mezzi possibili la produzione di beni che non sono merci e aumentare la produzione di merci anche quando non sono beni. Cancella dall’ambito del sapere condiviso il saper fare necessario all’autoproduzione, valorizza la concorrenza tra gli individui, distrugge le comunità e le famiglie, usa la scuola, la pubblicità e i mezzi di comunicazione di massa per persuadere che il modo migliore di avere un bene è comprarlo, identifica il benessere col possesso di cose e l’innovazione col miglioramento, mercifica i beni comuni, riduce il lavoro alla produzione di merci in cambio di un reddito, eliminando dall’immaginario collettivo la possibilità di lavorare per produrre almeno una parte dei beni di cui si ha bisogno, trasforma il denaro da mezzo per acquistare i beni che si possono avere solo sotto forma di merci a fine della vita11.

ILLIC: Attualmente ogni nuovo bisogno convalidato dalle professioni si traduce prima o poi in un diritto. Tale diritto, una volta che sotto la pressione politica trova riconoscimento nella legge, dà luogo a nuove occupazioni e nuovi prodotti. Ogni nuovo prodotto degrada un’attività con la quale la gente era stata fin allora capace di cavarsela da sola; ogni nuovo impiego rende illegittimo un lavoro sin lì svolto da non-occupati. Il potere delle professioni di stabilire che cosa sia bene, giusto e da fare distorce nell’uomo ‘comune’ il desiderio, la voglia e la capacità di vivere secondo le proprie possibilità. […] Già ora il diritto riconosciuto a ogni cittadino di Detroit di vivere in un appartamento dove l’impianto elettrico sia stato installato da professionisti trasforma in trasgressore della legge chiunque si permetta di montare da sé una presa. La perdita progressiva di tutta una serie di libertà d’essere utili altrove che in un ‘posto di lavoro’, o al di fuori del controllo professionale, anche se non ha un nome è una delle esperienze più penose che s’accompagnano alla povertà modernizzata. Il privilegio più significativo d’una condizione sociale elevata potrebbe ormai identificarsi in qualche resto della libertà, sempre più negata alla maggioranza, di essere utili senza avere un impiego. A furia di insistervi, il diritto del cittadino a essere assistito e approvvigionato si è quasi tramutato in diritto delle industrie e delle professioni a prendere la gente sotto la propria tutela, a rifornirla del loro prodotto e ad eliminare, con le loro prestazioni, quelle condizioni ambientali che rendono utili le attività non inquadrabili in una ‘occupazione’. Si è così riusciti a paralizzare, per il momento, ogni lotta per un’equa distribuzione del tempo e della possibilità di essere utili a sé e agli altri al di fuori di un impiego o del servizio militare. Il lavoro che si svolge al di fuori del ‘posto’ retribuito è malvisto quando non ignorato […] Non avere un impiego significa passare il tempo in un triste ozio, e non essere liberi di fare cose utili a sé o al proprio vicino. La donna attiva che manda avanti la casa, alleva i propri figli ed eventualmente ha cura di quelli degli altri è distinta dalla donna che “lavora”, ancorché il prodotto di tale lavoro possa essere inutile o dannoso […] Ciò che conta in una società ad alta intensità di mercato non è lo sforzo rivolto a produrre qualcosa che piaccia, o il piacere che deriva da tale sforzo, ma l’accoppiamento della forza lavoro col capitale. Ciò che conta non è il conseguimento della soddisfazione che procura l’agire, ma la collocazione nel rapporto sociale che presiede alla produzione, cioè l’impiego, il posto, la carica, l’ufficio. Nel Medioevo, quando non c’era salvezza al di fuori della Chiesa, riusciva arduo ai teologi spiegare come si regolasse Iddio con i pagani di costumi manifestamente virtuosi o santi; allo stesso modo nella società odierna nessuno sforzo è produttivo se non è fatto su ordine di un capo, e gli economisti non riescono a dar conto della palese utilità della gente che non agisce sotto il controllo di un’azienda, di un’organizzazione di volontari o di un campo di lavoro. Il lavoro non è produttivo, rispettabile, degno di un cittadino se non quando è programmato, diretto e controllato da un rappresentante delle professioni, il quale garantisca che risponde in forma standardizzata a un bisogno riconosciuto. In una società industriale avanzata diventa quasi impossibile cercare o anche soltanto immaginare di fare a meno di un impiego per dedicarsi a un lavoro autonomo e utile. L’infrastruttura della società è combinata in maniera tale che solo l’impiego dà accesso agli strumenti di produzione, e questo monopolio della produzione di merci sulla creazione di valori d’uso non fa che consolidarsi quando la gestione passa allo Stato. Solo con un certificato di abilitazione puoi insegnare a un bambino; solo in una clinica puoi rimettere a posto una gamba rotta. Il lavoro domestico, l’artigianato, l’agricoltura di sussistenza, la tecnologia radicale, il mutuo insegnamento eccetera sono degradati ad attività per gli oziosi, per gli improduttivi, per i più diseredati o per i più ricchi. La società che promuove un’intensa dipendenza dalle merci tramuta così i suoi disoccupati in poveri o in assistiti. Nel 1945 per ogni americano mantenuto dalla previdenza sociale c’erano 35 lavoratori attivi; nel 1977, erano 32 i lavoratori occupati cui toccava mantenere uno di questi pensionati, dipendente a sua volta da una quantità di enti assistenziali che sarebbe stata inimmaginabile ai tempi di suo nonno. Ormai il carattere di una società e della sua cultura dipenderà dalla condizione dei suoi non-occupati: saranno essi i cittadini produttivi più rappresentativi o saranno degli assistiti? Ancora una volta la scelta (la crisi) appare chiara: la società industriale avanzata può proseguire sulla scia del sogno integralista degli anni Sessanta: sempre più simile a una holding, può degenerare in un sistema di distribuzione che assegna parsimoniosamente un volume di beni e di posti in costante diminuzione e che addestra i suoi membri a consumi più standardizzati e a lavori più inutili. È l’orientamento cui si ispirano le linee politiche della maggior parte dei governi, dalla Germania alla Cina, sia pure con una differenza di fondo nella gradazione: quanto più infatti il paese è ricco, tanto più sembra urgente contingentare l’accesso agli impieghi e impedire l’attività utile dei non-occupati suscettibile di recare pregiudizio all’occupazione. Ovviamente è altrettanto possibile il contrario: cioè una società moderna nella quale i lavoratori frustrati si organizzino per proteggere la libertà di essere utili senza partecipare alle attività che danno luogo alla produzione di merci. Ma, ancora una volta, questa alternativa sociale presuppone, da parte dell’uomo comune, una competenza nuova, razionale e cinica nei riguardi dell’imputazione professionale dei bisogni. 12

PASOLINI: Quarant’anni dopo io, feto adulto, mi aggiro, più moderno di ogni moderno a cercare fratelli che non sono più 13 e posso liberarmi di me stesso, cioè di morire. Morire nella mia creazione: morire come in effetti si muore, di parto: morire come in effetti si muore, eiaculando nel ventre materno»14. Ciò che non esprimo muore. Non voglio che nulla muoia in me15


  1. Quasi un testamento, una serie di riflessioni rilasciate dall’autore al giornalista inglese Peter Dragadze e pubblicate postume (“Gente”, 17 novembre 1975) ↩︎
  2. Appunto per una poesia in lappone, 1974 ↩︎
  3. Calvino, in un’intervista concessa a «Il Messaggero» il 18 giugno 1974. ↩︎
  4. Da «Lettera aperta a Italo Calvino: Pasolini: quello che rimpiango», su «Paese Sera», 1974. ↩︎
  5. Sanguineti, Edoardo, La bisaccia del mendicante, «Paese Sera», 27 dicembre 1973 ↩︎
  6. . I versi di Poesie mondane vennero pubblicati originariamente assieme alla sceneggiatura di Mamma Roma (Rizzoli, Milano 1962) ed entrarono poi a far parte della raccolta Poesia in forma di rosa (1964). ↩︎
  7. Si tratta dell’intervento al convegno Erotismo, eversione, merce, organizzato a Bologna nel dicembre del 1973 ↩︎
  8. “il significato del rimpianto” ↩︎
  9. Il rimedio è la povertà, articolo del 1974 ↩︎
  10. “La scommessa della decrescita”, Serge Latouche, Feltrinelli, fuori catalogo ↩︎
  11. “Solo una decrescita felice (selettiva e governata) può salvarci”, Maurizio Pallante, Alessandro Pertosa, Edizioni Lindau ↩︎
  12. “Disoccupazione creativa”, Ivan Illich, Boroli 2005 ↩︎
  13. Poesie mondane ↩︎
  14. Petrolio, Appunto 99 ↩︎
  15. Venti pagine di diario ↩︎
Posted in: Scrittori

Leave a comment

Commenta…

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

e per finire…

Il difficile non è scrivere, ma riscrivere, smembrare, sbudellare un testo e rimetterlo insieme in modo che diventi più vivo di prima. Se hai qualcosa da dirmi contattami via email. © PIETROPAOLO MORRONE — tutti i diritti riservati