Voci mute

By Pietropaolo Morrone on 3 gennaio 2016 — 7 mins read

Nello scrivere questo breve racconto mi sono ispirato a un episodio realmente accaduto e in parte a un libro straordinario, “Racconti siciliani”, di Danilo Dolci. L’autore ha raccolto incredibili e toccanti testimonianze tra la povera gente della Sicilia degli anni cinquanta. “Ho scelto i meglio leggibili badando a non sforbiciare liricizzando […] tanto sono espressive, belle direi, alcune di queste voci” (Danilo Dolci, 1963). Dopo il racconto potete trovare un piccolo assaggio di questo bellissimo libro.

IL CLARINO1

Pietropaolo Morrone

È la prima domenica di settembre, la festa di Santa Barbara, la santa patrona di Rovito. Il paese è in processione, al ritmo dell’ennesima marcia intonata dalla banda. È una giornata che si attende per tutto l’anno, il giorno giusto per mostrare il vestito della festa. Ma quest’anno è diverso. È il 1928. Ed è la prima volta che una banda accompagna la Santa. UN, DUE, TRE, QUATTRO, file di trombe e tromboni, grancasse e timpani tuonanti, clarinetti e flauti, accompagnano il corteo di paesani. Dal maestro di scuola al porcaro, al medico, allo spazzino, tutti sono in fila.

— Aru paìse, sulu ‘na vota all’annu jìanu tutti quanti d’accordo —. Questo mi raccontava sempre mio nonno, e questo gli diceva suo padre.

Tra la folla c’è un ragazzino, Triestino. Per lui la musica è ancora più bella; sta lì, a bocca aperta. A quei tempi, nei paesi si usava invitare a pranzo i suonatori, alla fine della processione. A Rovito era la prima volta e i musicanti non bastavano per tutti. A casa di Triestino capita Vincenzo, un clarinettista. La pasta è già fumante nel piatto e tutti lo acclamano come fosse un concertista famoso. Posa il clarinetto su uno stipo. Triestino non riesce a staccare gli occhi da quel pezzo di legno ottonato. Vincenzo se n’accorge e alla fine del pranzo gli chiede se vuole provarlo. Triestino non se lo fa ripetere due volte e Vincenzo gli mostra come si soffia nell’ancia. Il ragazzo ci mette tutto l’impegno e dopo un po’ riesce pure a suonare qualche singola nota, con intonazione incerta. Ma, come accade a tutte le cose belle, quel sogno durò poco ancora. Presto vennero a chiamare Vincenzo, che si stava attardando troppo. Gli aspettava un lungo viaggio.

Tutto tornò come prima. Passarono mesi e non c’era giorno che Triestino non pensasse a quella domenica. Era spesso triste e più introverso del solito. Un giorno, però, arriva in paese Don Giovanni, il nuovo sacerdote. Suona il flauto e la fisarmonica; ha una vecchia chitarra tutta rattoppata; e strimpella pure il clarinetto, lo aveva suonato da ragazzo nella banda. Un sogno… Il prete comincia a dare lezioni ai ragazzi del paese: soprattutto teoria e solfeggio, perché quasi nessuno si può permettere uno strumento. Don Giovanni è molto contento di Triestino. In breve riesce a solfeggiare bene. È pronto. È arrivato il momento di comprare lo strumento. Un giorno, suo padre, uomo rude e semplice, con i lineamenti induriti dalla miseria e dalla fame, lo sorprende mentre solfeggia — UN, DUE, TRE E QUATTRO —, accompagnandosi con ampi movimenti del braccio, a pugno chiuso. A un uomo abituato solo a lavorare, questo curioso rituale dovette sembrare molto strano.

— Triestì, ma cchi stà facìennu? Pàrri sùlu? Si esciùtu pazzu? —. Questo mi raccontava sempre mio nonno e questo gli diceva suo padre.

Triestino sceglie proprio quel momento per dire a suo padre che, se vuole continuare con la musica, è ora di comprare il clarinetto. Sceglie quel momento per dirgli che ci vogliono almeno cento lire per un clarinetto. Cento lire. Il prezzo di un maiale: cento chili di ossa, carne, lardo, cotenne e sangue; l’unica risorsa per passare l’inverno. Triestino, da quel giorno di festa, da quella prima domenica di settembre del 1928, non toccò mai più un clarinetto. Triestino era il padre di mio nonno e io non l’ho mai conosciuto.


  1. Ho scritto, letto e registrato questo piccolo racconto nell’ambito di un corso di narrazione orale, “Facciamone un dramma”, organizzato dal Circolo Cabret e tenuto da Ernesto Orrico. Elaborazione video di Luigi Naccarato. Il racconto, che riprende liberamente una vicenda realmente accaduta, è stato pubblicato sulla rivista letteraria “Il Convivio” (n. 54, 2013). ↩︎


 

Triestino era una voce muta, una di quelle voci troppo deboli per essere ascoltate, troppo insignificanti per essere trascritte, ma per fortuna c’è qualcuno che lo fa, come Danilo Dolci nei suoi “Racconti siciliani“, meraviglioso libro edito da Sellerio¹. Dice Carlo Levi, nell’introduzione al libro:

Danilo Dolci, Racconti siciliani, 1963
D. Dolci, Racconti siciliani.

«Nel nostro mondo completamente strutturato, organizzato, storicizzato, politicizzato, superbo di cultura e di tecnica, esiste tuttavia, dappertutto, un immenso sottomondo rimasto o costretto fuori della cultura, della direzione, della storia, della stessa esistenza personale: un mondo subalterno e inesistente […] Di qui il continuo e permeante carattere d’inchiesta del lavoro di Danilo Dolci; di quella particolare e moderna inchiesta che nasce direttamente da bocche che per la prima volta, più che confessarsi, si esprimono».
Dall’introduzione ai Racconti siciliani: «Questo libro comprende alcuni racconti più significativi che ho raccolto dal 1952 al 1960 tra la povera gente di quella parte della Sicilia in cui operiamo. Ho scelto i meglio leggibili badando a non sforbiciare liricizzando, temendo soprattutto che la scoperta critica, il fondo delle reazioni di chi legge, rischino di dissolversi in godimento estetico: tanto sono espressive, belle direi, alcune di queste voci […] Partinico, gennaio, 1963»

Quella che segue è la voce di Vincenzo, la voce di un Vincenzo senza cognome, poetica e ora non più muta, così come riportata da Danilo Dolci, una voce che entra dentro con forza:

«[…] in campagna con le bestie. Dormivo in mezzo alla paglia, come ero vestito mi infilavo nella paglia senza coperte né niente, certe volte scalzo e certe volte digiuno. Di pidocchi ne avevo un precipizio. Il padrone non voleva che prendevo latte dalle mucche, mi dava legnate. Mangiavo pane e ricotta alla mattina, e la sera pane e cipolla, o pane e olive, quando c’erano […]»

La sua voce, tra Ciaula scopre la luna e la Eva di Mark Twain, tenta di uscire dai limiti in cui lo costringe la miseria, fino a contemplare le meraviglie della natura:

«Che cosa sono le stelle del cielo? Ma io che so. C’è la luna che fa da sole. Deve essere un fumo, tutto il fumo che si fa, sale tutto in cielo. La luna è fatta di cielo, il cielo è fatto di fumo che si fa in terra e è salito. Le stelle camminano nella notte, camminano sempre. Quando aggiorna si ritirano sempre; come le vacche nello stallone, così le stelle andranno nel loro stallone. Come sono le stelle, così siamo tutti gli uomini e animali […]»

Dal suo paesino, Vincenzo osserva la città, così lontana dal suo piccolo mondo dimenticato:

«Che differenza c’è fra la mia montagna e questa vita della città? Io sono inselvaggito e se scendo nella città nessuno mi guarda. Siamo diversi. Quello che sta nella città sa leggere e scrivere, per industriarsi loro, per sapersi comportare con la gente. Uno nella città vede i cristiani, nella montagna non vede nessuno. Stare con i cristiani è bello, ma per chi sa parlare: invece chi non sa parlare, chi non sa comportarsi, lo mandano via a calci, lo ammazzano […]»

Esprime poi i suoi desideri, e parla dei suoi veri amici:

«Se potessi fare quello che voglio, vorrei studiare e scrivere ma vorrei sempre stare tra gli animali. Loro sono muti ma ci manca la parola […] Mi capisco più assai con le vacche, con le pecore, con le capre, che non con i cristiani. La vacca, sei ci do cura, mi frutta, mi dà il latte: io rispetto lei e lei rispetta me. Invece i cristiani non mi fruttano, mi sfruttano […] Però, anche se le bestie pure odiano, sono meglio che i cristiani […] Le vacche non sono capaci di mettersi d’accordo per farmi male, e invece i cristiani sono capaci di mettersi tutti d’accordo per fare male, per non lasciarmi mangiare, per non lasciarmi vivere libero».

In questo passo commovente, Vincenzo parla della sua condizione di galeotto, incompreso, solo:

«Partiti? Ce n’è tre o quattro. Socialisti, la democrazia dei preti, monarchici e comunisti. Alla democrazia dovrebbero tagliarci tutti i colli per giocare con le teste al pallone. La monarchia sono quelli ricchi, possidenti, stanno in collo al popolo ad asciugarlo. Io non voglio bene a nessun partito perché in nessun partito ci sono, perché sono pregiudicato […] Sono in galera per due mazze d’erba. Ero andato a prendere erba in un campo, e un ragazzo guardava […] vennero mentre mungevo, mi misero in mezzo ai cavalli e mi portarono alla caserma. Lì mi facevano atto col coltello, mi davano legnate sulle spalle, calci, e scrivevano senza penna, tin tin, chissà che puttana era. Mi fecero fare una croce e me ne andai».


 

LINK: Conversazione con DolciDanilo Dolci

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