Skaz

By Pietropaolo Morrone on 22 agosto 2016 — 2 mins read

«Skaz è una parola russa piuttosto affascinante, usata per designare un genere di narrazione in prima persona che ha la caratteristica della parola parlata piuttosto che scritta. L’autore dà l’impressione di riferire la storia con spontaneità piuttosto che di offrirne un elegante resoconto scritto. Più che leggere ascoltiamo […] Inutile dire che si tratta di un’illusione, del prodotto di uno sforzo ben calclato e di una laboriosa riscrittura dell’autore reale. Uno stile narrativo che ricalchi fedelmente l’effettiva parlata sarebbe virtualmente incomprensibile come lo sono le trascrizioni di conversazioni registrate», David Lodge, L’arte della narrativa, Bompiani. Lodge cita “Il giovane Holden” come esempio di Skaz, ma questo genere può essere anche realizzato attraverso un gergo inventato di sana pianta, come nel romanzo di Burgess, “Un’arancia a orologeria”. Giulio Mozzi e Stefano Brugnolo, nel loro Ricettario di scrittura creativa (Zanichelli, 2000 — consigliatissimo!), propongono una ricetta per comporre uno skaz e che cito letteralmente: «[…] Inventate un gergo. Si procede così: a. scegliete un certo tipo di persona, reale o immaginaria; b: immaginate quali potranno essere, nei normali discorsi di questa persona, le trenta parole più frequenti; c inventate trenta parole gergali, attingendo al dialetto, a lingue straniere o antiche, gerghi che già conoscete […] d: scrivete il monologo stabilendo il tasso di frequenza delle parole gergali». Mi sono divertito a skaz(are) anch’io su un simpatico episodio che è realmente accaduto a dei miei amici. Buona lettura.

IL COCCO DI MAMMA

Me ne stavo spapacchiata sul letto a castello, la parte sottecchia ché il materasso è più blobboso dell’altro, dove stava invece quella specie di fratello che mi ritrovo. E lui ngrofava e ngrofava. Migno com’è non so come fa a ngrofare così di brutto. Ci avrà polmoni a mantice costipati in quel fisicicchio da strapacchio. Era stanco morto ché eravamo andati escursionando, ma io mi ci sentivo che c’era qualcacchio che non andava ma non ci sapevo bene cosa. Ecco cos’era, non trovavo i tappi per le orecchie. Decervellata che non sono altro, chissà dove li avevo lasciati… E lui se ne approfittava e ngrofava più del normo. Non potevo dormire manco se mi svirlavo sul letto cento volte e mi allabbacchiavo sotto al cusciotto. Col mio trentasette da ballerina ci davo qualcacchio di colpetto al piano di sopra, lèggio lèggio ché io sono delicata, ché magari si svirlava un poco nel letto e non ngrofava più. Macché, trentasettàvo ma non si muoveva di un piripicchio, cacchio! E sai c’è successo il giorno dopo? Uscita dalla doccia, c’era mammetta che se ne stava a smartfonare con quella pacchiosa di Pupetta, gran poltracchia. E sai che ha detto? Che povero il figliolinettinuccio suo era stanco e non aveva dormito molto bene perché io, la sorellazza “troppo maschiona”, come dicono sempre, l’aveva calcinculato ben bene. Curnuta e mazziàta, ho dovuto ingoiare la patazza. Ah, quel cocchetto della mamma sua…

NOTA
: Interessante fonte di parole gergali è il dizionario di AMBROGIO e CASALEGNO: “Scrostati gaggio! Dizionario storico dei linguaggi giovanili”, Torino, UTET, 2004.

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e per finire…

Il difficile non è scrivere, ma riscrivere, smembrare, sbudellare un testo e rimetterlo insieme in modo che diventi più vivo di prima. Se hai qualcosa da dirmi contattami via email. © PIETROPAOLO MORRONE — tutti i diritti riservati