Quanta energia ci vuole per lasciare qualcuno?

By Pietropaolo Morrone on 30 ottobre 2016 — 3 mins read

La natura è parsimoniosa e non spreca energia, qualsiasi cosa contenuta nell’universo evolve sempre verso una configurazione di minima energia: le bolle di sapone sono sferiche e non, per esempio, a forma di pera perché la “creazione” di sfere di sapone richiede meno energia; se lascio cadere un oggetto, questo cade in linea retta verso terra, non fa delle strane evoluzioni in aria (che richiederebbero, addirittura, creazione di energia dal nulla).

È curioso che questo principio trovi delle applicazioni pure nelle miserabili faccende umane d’ogni giorno:

  1. Quando ti trovi in fila alla posta, o stai portando a spasso il cane, e ti capita di scambiare quattro chiacchiere con uno sconosciuto, con tutta probabilità finirai col parlargli del tempo atmosferico, mica gli chiedi che ne pensa della fenomenologia dello spirito di Hegel o dell’interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica; parlare di come è sorprendente che oggi ci sia un sole così fulgido mentre ieri pioveva richiede molta meno energia.
  2. Il principio di minima energia vale anche quando in una coppia tutto sta andando a puttane e entrambi vorrebbero chiudere i battenti (basta anche solo uno in molti casi). Ma lasciare l’altro richiede più energia rispetto al non far niente, al mantenere lo status quo, richiede la preparazione di un discorso, di motivazioni, di giustificazioni, il coraggio di argomentarle una dopo l’altra, di rispondere a lunghe e penose domande. È molto più conveniente (energeticamente economico) rilanciare la palla in modo che sia l’altro a prendersi l’onere di lasciare. E poi che succede? Chi lascia? Alla fine c’è una probabilità significativa che si resterà insieme per inerzia oppure dovrà intervenire un elemento esterno per chiudere il rapporto, ad esempio un’altra persona, e magari la scintilla della vista di un messaggio sospetto su facebook o su una chat o nella mailbox.

L’inerzia è una brutta cosa, invischia le nostre vite nel vizio dell’abitudine. Personalmente, quando mi capita di voler battere il mostro dell’inerzia, trovo che la migliore strategia sia quella di allearmi alla forza titanica del caso. Sì, il caso può essere utile per smuovere il peso dell’abitudine, attraverso tecniche vecchie come l’uomo, come il libro dei mutamenti (I Ching), ad esempio. Non scherzo. Il caso, attraverso il lancio delle monete e l’uso degli antichi esagrammi cinesi, può sottoporci configurazioni di eventi cui non avremmo mai riflettuto attraverso la parte puramente logica e costruttiva del nostro cervello; non si tratta di credere nei vaticini dell’I Ching come se provenissero da un’entità metafisica, ma nel riflettere intorno alle inconsuete epifanie che il caso ci può offire e onestamente credo che in questo consista la saggezza degli antichi cinesi.
Persino la tecnica del m’ama non m’ama, attraverso la forza della suspance e della dilazione temporale, nonché dell’imbroglio, più o meno conscio, può rendere più consapevole una scelta. Cosa vuole ottenere la pastorella che sfoglia i petali di una margherita? Davvero crede che così saprà davvero se è ricambiata nel suo amore?

«Ciò che la nostra pastorella vuole realmente sapere è se lei stessa è innamorata […] I giocatori esperti del m’ama-non m’ama imbrogliano già in piccole dosi prediligendo un fiore che appartiene a una specie caratterizzata da un numero dispari di petali […] Se, per esempio, è più incline a essere innamorata, l’osservazione fornirà il risultato m’ama con maggiore probabilità. Tuttavia, al momento dispone solo di un fiore che, in base alle sue conoscenze, può avere un numero pari o dispari di petali con uguale probabilità. Questa ingiusta equiprobabilità deve essere in un modo o nell’altro constrobilanciata. Inganneremmo noi stessi se non lo facessimo, poiché conferiremmo un vantaggio ingiusto allo stato che ha una probabilità più bassa. Forse è per questo che abbiamo bisogno di un rituale così complesso come l’atto di staccare i petali invece di ricorrere, per esempio, al semplice lancio di una moneta. In tal modo la psiche ha tempo a sufficienza per definire tutte le probabilità reali. Così facendo ha la possibilità di ricorrere a trucchi più o meno importanti, o come ultimo espediente, può dichiarare l’intero gioco una sciocchezza»
Calcoli morali – Teoria dei giochi, logica e fragilità umana, di László Mérő, Edizioni Dedalo, 2000.

Posted in: Filosofeggiando

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  • In Un long dimanche de fiançailles Audrey Tautou, per scaramanzia o per profezia, utilizzava piccoli stratagemmi per attirare su di sé il destino benevolo e ricongiungersi al suo amato: “se arrivo alla curva prima che la macchina passi, lui ritornerà!”  Anch’io ho utilizzato rituali simili, in un passato remoto, per ingannare la mente o prepararla a un imprevisto dolore o a un’improvvisa felicità.

e per finire…

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