Negro

By Pietropaolo Morrone on 8 maggio 2017 — 2 mins read

Il sole è piccolo come un mandarino. L’aria è pesante. Il negro sta come al solito davanti all’ingresso del supermercato. Spalle poggiate sul muro marezzato di sporco. Una mela che salta da una mano all’altra. Non gli dò mai nulla. Non porto mai spicci in tasca. Eppure lui mi saluta sempre con quei denti bianchi che sembrano dei led. È vestito decentemente, non sembra agonizzare per la fame. «Amigo…». Mi offre la mano. Anche se ho fretta, e ho sempre fretta, mi fermo un attimo e gliela stringo. Si vede che ci tiene alla mia stretta, forse più che a una manciata di centesimi. Magari vuole assicurarsi che la sua pelle negra non mi faccia schifo. Vuole solo stringere un pezzo di carne bianca. Apre le dita e il palmo come se volesse massimizzare la superficie di contatto con la mia mano.

Fa freddo. Mentre il calore negro risale su per le mie dita, mi rendo conto di stringere, di tutta quella figura nera, l’unica zona veramente bianca, il palmo, oltre alla parte interna delle dita. È un bianco esattamente come il mio. Volto la mano per confrontarle e senza curarmi del fatto che lui se ne accorga. Le pupille restano fisse su di me. Forse fa finta di niente mentre i led che gli spuntano dalle gengive amaranto non smettono di scintillare. Sembra uno scherzo del destino che il suo disegno di verificare se mi faccia schifo la sua pelle negra è fallito.

Il bianco è il colore di chi vuole dimenticare. È il colore che ha affrancato i miei nonni dai ricordi della miseria del dopoguerra. Zuccheri raffinati, squisiti pani bianchi appena sfornati, molliche morbide come candidi cuscini da salotto, bianchissime creme idratanti per la pelle, vaporose schiume che accarezzano il corpo o che sembrano nascere per magia dallo sfregamento del dentifricio sui denti, borotalchi profumati. Dopo la guerra, la fame e la miseria, il bianco ha permesso di dimenticare il colore del pane nero, che oggi chiamiamo integrale. Le creme candide, private di tutti quegli additivi illegibili, che rendono la lista degli ingredienti simile a una poesia post-moderna, avrebbero il colore della merda, lo stesso colore dello zucchero non raffinato. E io, che la fame non l’ho ho mai vissuta, rinnego il bianco, riscopro questi colori scuri come la terra, la pelle del negro. Un gioco delle parti. C’è chi viene e chi va, chi come lui vuole il bianco e chi come me vuole il nero.

Posted in: Anti-Diario

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