L’uomo senza naso – 3ª puntata

By Pietropaolo Morrone on 24 febbraio 2016 — 2 mins read

Ed eccoci al terzo appuntamento con l’uomo senza naso, l’uomo che non vorresti mai incontrare, colui che ti porterà a conoscere i lati più oscuri di te stesso. Le puntate precedenti le potete trovare ai seguenti link: prima puntata, seconda puntata

3.
— Come ti chiami? —. Non sopporto quelli che non rispondono subito. Continuava a camminarmi davanti ma niente, non rispondeva, come se non avesse sentito.
— Allora, come ti chiami?
— E a che ti serve saperlo?
— Quando conosci qualcuno, uno dice all’altro il nome, o no?
— E dopo che te lo dico sai qualcosa in più di quello che sai ora? —. L’uomo senza naso si ferma e fa un paio di passi indietro, verso di me. Ho davanti a me il triangolo nero, ma non c’è abbastanza luce perché riesca a vederci dentro. È nero e basta. Il nero succhia la luce e non riflette nulla. Potrebbe essere qualsiasi cosa ma non ti fa capire niente.
— Se ti dico che mi chiamo Narciso che cosa pensi? Che si abbina bene a questa faccia? —. Si passò un dito intorno al viso e poi sulle labbra. Incrociò le dita delle due mani. Erano pelose, ciuffetti densi e sparsi di peli neri spuntavano dalle dita. L’indice della destra era irrigidito, la falangetta era piegata quasi ad uncino.
— C’era un grande Re, il più potente della terra, che chiese a un saggio chi fosse l’uomo più fortunato e felice al mondo. Era sicuro di essere lui stesso e voleva solo una conferma. Allora il saggio gli fece una serie di nomi ma non lo menzionò. Il re si arrabbiò e il saggio disse semplicemente che non c’era motivo di arrabbiarsi, che di ogni cosa bisogna aspettare la fine, che nessuno si può considerare fortunato o felice se non alla fine, dopo che è morto. E per i nomi vale lo stesso. Il nome, quello vero, definitivo, te lo dovrebbero dare alla fine, non quando nasci, te lo dovrebbero dare a un quarto d’ora dalla morte. Solo così ha senso inciderlo sulla lapide. Una sola parola può riassumere tutto, ma deve essere quella giusta.
— In teoria, magari sì, ma in pratica come la mettiamo?
— Che vuoi dire?
— Diciamo che campi fino a ottant’anni. Fino a quell’età come dovrebbero chiamarti?
— Gli animali non si chiamano e vivono egregiamente bene.
— Quindi per te nessuno dovrebbe avere un nome. A te non ti chiama nessuno?
— Io mi faccio chiamare con il mio soprannome. Quelli sì che possono essere davvero esatti, i soprannomi, tranne quando sono ereditati, come succede ancora in certi paesi. In realtà, bisognerebbe aggiornarli ad personam. La gente ti da il nome che ti meriti, ma ormai ha perso l’abitudine a questo esercizio di creatività. Perché ci vuole creatività a riassumere una persona con un nome. Noi non ci chiamiamo per nome, ma per soprannome. E se il soprannome non ti sta bene, non devi incazzarti, devi fartelo cambiare, ma con i fatti, non con le parole.— Voi chi? Qual è il tuo soprannome?— Fai troppe domande.— Dove stiamo andando?— A casa mia.

… continua

La foto rappresenta alcune sculture di Manfred Kielnhofer. Il titolo è: The guardians of time, 2006

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e per finire…

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