Il piano

By Pietropaolo Morrone on 15 dicembre 2015 — 13 mins read

Erich Hartmann, Man in street under the Brooklyn Bridge, 1955

 

Il PIANO

Pietropaolo Morrone

È arrivato. Il giorno tanto atteso è arrivato.

L’aveva programmato da più di un anno. Non riuscì a chiudere occhio. Ascoltò il ticchettio della sveglia per tutta la notte. Il suono aveva qualcosa di sinistro, di tagliente.
Tic tac.
Un conto alla rovescia senza numeri rimbombava nella sua testa, anche dopo che uscì di casa, un conto alla rovescia che avrebbe potuto non finire mai.
Uscì che era ancora buio. La voce della porta, il mormorio della scala di legno, l’odore di umido, di vecchio, il rodìo di un tarlo: tutto sembrava cercare un dialogo con lui. Non era abituato al torpore notturno della città. Il fiato gelido del mattino che nasceva picchiava sul collo.
Silenzio. Non c’era nessuno. Una busta di plastica accarezzava l’asfalto, trascinata dal vento. Si avviava a passo misurato, al ritmo dell’incessante ticchettio, nascosto in un’impermeabile scuro, col bavero rialzato. Decise di iniziare da via degli Orefici. Era piuttosto distante a piedi ma non importava: i nervi, camminando, si sarebbero calmati, il sole avrebbe avuto il tempo di affacciarsi sulla città. Era la sua prima volta. Lo sapeva bene. La giornata sarebbe stata lunga, la più lunga della sua vita. Durante il tragitto si sforzava di immaginare i tentativi che avrebbe dovuto fare, le reazioni che quella gente avrebbe avuto. Non sarebbe stato facile ma la faccenda doveva essere chiusa entro sera. Contava le poche persone che vedeva per strada. Aumentavano lentamente mentre il sole, pian piano, si svegliava. Le osservava bene, domandandosi se tra quei visi ancora guasti dal sonno poteva esserci qualcun altro come lui. Qualcun altro con la sua missione.
Via degli Orefici. Era arrivato. Si avvicinò al portone. Non lo ricordava così grande. Sollevò lo sguardo, attraversando tutti e sei i piani di quella palazzina. Il suo dito incerto puntò sul citofono, sul pulsante più in alto. L’esile voce di una giovane donna, sottile, sensuale, un po’ assonnata, lo calmò.
— Chi è?
— Salve. Per cortesia, a che piano si trova il suo appartamento? — domandò secco. Avvertiva la pressione del sangue aumentare, l’adrenalina sgorgare dalle ghiandole surrenali, dalle sinapsi, fluire attraverso i muscoli, solo poco prima intorpiditi dal freddo.
— Quinto piano. Ma che vuole a quest’ora?
— Ah, quindi lei non vive all’ultimo piano? —. Era perplesso. Si sfregò il mento per qualche istante, poi continuò: — Va bene lo stesso. Mi farebbe salire? Vorrei buttarmi giù dalla sua finestra —.
Durante quei lunghi mesi di pianificazione aveva esaminato la questione da ogni angolo. Si era servito delle nozioni di fisica apprese al liceo. Al sesto piano si sarebbe trovato a un’altezza di circa diciotto metri: aveva stimato che un oggetto puntiforme, che considerava un’eccellente approssimazione di sé stesso, avrebbe raggiunto l’asfalto a duecento chilometri orari. Non male. Trovava esaltante il pensiero di raggiungere quella velocità senza neanche uno sputo di benzina. Stava ancora meditando sulla perdita di energia cinetica dovuta ai due piani mancanti quando un tonfo sordo interruppe la conversazione. Era il citofono, che picchiò duro sulla base. Prevedibile. Peccato però. Quella voce sensuale gli piaceva, sperava che lo avrebbe capito. Ma la pazienza non mancava. Ne aveva avuta tanta, fino ad allora. Era sempre stato un tipo anonimo, senza età. La sua vita era un succedersi di giorni senza nome.

Tic Tac.

Da più di vent’anni in ufficio sempre alla stessa ora; l’immutata formula rituale di saluto ai colleghi; la passeggiata al parco dopo il lavoro; le frotte di piccioni a cui dava da mangiare, sempre diversi, sempre uguali; il letto, un’orchestra di molle chiassose che si arricchiva di anno in anno di nuovi elementi; le ferie, accumulate negli anni come la polvere della sua vecchia Fiat Uno diesel, e spesso perdute perché solo il lavoro riusciva a distrarlo dalle tenebre; la prostata, precocemente malferma, che costringeva l’orchestra di molle a sessioni straordinarie di prove notturne; gli alimenti da pagare all’ex moglie; le notti, infinite discese dalla rupe maledetta nell’attesa di riprendere l’inutile fardello quotidiano; infine il risveglio amorfo. Nessun pensiero gli dava una ragione per affrontare la giornata. Solo l’inerzia c’era riuscita, fino ad allora. Chi lo aveva mai notato? Chi ne avrebbe sentito la mancanza? Almeno sarebbe sfuggito a quel grigiore con la morte, con quella morte, e qualcuno avrebbe parlato di lui. Una meticolosa ricerca lo aveva rassicurato: nessuno si era ammazzato in quel modo. Vedeva già una schiera di persone curiose intorno al suo corpo spiaccicato. Sarebbe rimasto nella mente dei passanti, della polizia, di chi avesse visto il telegiornale. Quello sarebbe stato l’ultimo rituale della sua vita, l’eredità che lasciava al mondo. Per questo continuò ad applicarsi, con impegno frenetico: da via degli Abati a Piazza del Popolo, a Via Capua. Neppure una sosta. Poi Piazza D’Alberti, Via San Nicola, Contrada del Fusco, fino a viuzze senza nome, rughe che scomparivano nel nulla.
Nessun risultato, ma non disperò.

TIC TAC.

I rintocchi pulsavano inesorabili e l’ora di pranzo si avvicinava, segnando il giro di boa. I crampi della fame e la stanchezza lo convinsero che ci voleva una pausa. Avrebbe potuto riorganizzare le idee. Un solo episodio lo aveva fatto illudere: una vecchietta arzilla, inaspettatamente e senza battere ciglio, gli aveva aperto il portone. Rugosa come il selciato che lo stava aspettando giù da quella finestra, curva, con una brutta tumescenza scura sulla guancia sinistra, l’aveva trovata davanti al portone, con la mano in un vecchio borsellino a scatto nero.
— Prendi, — aveva detto, porgendogli con le sue dita secche una manciata di monetine di vario taglio. Lui si era risentito. Essere scambiato per un postulante l’aveva disturbato, ma non se la prese. Ribadì a voce alta il suo proposito di lanciarsi dalla finestra, scandendo bene le sillabe, a mo’ di rimprovero. Sorpresa, allargando le mani in segno di contrizione, la vecchia prese a scusarsi, dicendo che sarebbe dovuto passare la domenica successiva. L’uomo, perplesso, grattava le folte sopracciglia con nervosismo. Era una consulente per aspiranti suicidi? — si chiedeva —, e per giunta con un giorno lavorativo dedicato. La vecchia gibbosa aveva aggiunto che era stato sfortunato e che solo di domenica la preparava, la minestra.
Entrò in una piccola rosticceria. Una donna grassa, col viso tempestato di nei, alcuni puntellati da ciuffi ispidi, sedeva pesantemente alla cassa. Dall’altra parte, un bancone squadrato e opaco abbracciava le pareti ad angolo, ospitando una schiera di clienti rivolti verso al muro, intenti a inforchettare fettuccine al sugo. Un lungo specchio seguiva il disegno del bancone, dando l’impressione ai commensali di avere qualcuno davanti. Nessuno lo guardava. I ricambi erano frequenti. Si unì alla fila con discrezione. Mentre mangiava, pensava alla sua ex moglie. Avevano divorziato già da molto. Durante il matrimonio, lei lo aveva progressivamente isolato, privato delle già scarse libertà che il lavoro gli concedeva. Bella donna ma gretta, era parca nel denaro quanto nelle attenzioni sessuali. Ebbero una sola figlia, Achiropìta, nome di origine greca. Significa letteralmente “non generata da mani (umane)” e quindi nata per miracolo, ma in paese significava solo non generata da suo padre, visto che tutti sapevano che era figlia di un maresciallo dei Carabinieri. Gli unici momenti in cui quel papà immacolato si sentiva autenticamente libero, erano le sempre più rare riunioni con gli amici d’infanzia, che lei gli concedeva col contagocce e che lui aspettava con entusiasmo. Accadeva quattro o cinque volte l’anno, in una proprietà di campagna di uno degli amici: erano giornate tra uomini, tra i profumi della terra, i frutti dell’orto, le dolci follie del vino e, Venus in vinis, certe volte in compagnia di qualche donnetta facile. Sua figlia — tutta sua madre, visto che lui, d’altra parte, c’entrava poco —, a cui era interdetto l’ingresso in quel paradiso di libertà, un giorno riuscì ad entrare, complice il dionisiaco torpore della brigata. La ragazzina entrò all’improvviso e lo trovò intento a lavare i piatti. Lui si girò di scatto, con un piatto in mano, grondante di schiuma. Puntò lo sguardo sulla figlia, poi sul piatto, poi di nuovo un’occhiata alla bambina.
— Se lo dici a tua mamma ti ammazzo, ― e fece per lanciare il piatto. Non sorprende che divorziarono dopo pochi anni e lui finì col vivere in quel tugurio, dissanguato nel portafoglio dalla strega e nello spirito dalla solitudine. Le ultime forchettate di pasta dissiparono i suoi ricordi. Era ormai tempo di concludere il suo piano; si ripulì il muso con il dorso della mano e uscì in fretta.
La ricerca pomeridiana cominciò senza particolari differenze. Cambiò solo il quartiere. Riteneva che le zone più periferiche della cittadina gli avrebbero dato qualche opportunità in più. Finì in uno dei posti più degradati. Dopo un vaso da notte lanciato dalla finestra, un paio di inseguimenti e una pistolettata sparata in aria, quando cominciava a disperare, qualcuno finalmente accettò la sua richiesta. E non perché fosse sordo o demente, tutt’altro. Era un ragazzino di undici anni. Come aveva fatto a non pensarci? Un bambino, non ancora narcotizzato dalle abitudini dei grandi, era perfetto.
– Fico! – fu la risposta alla sua solita richiesta. L’appartamento era al settimo piano, l’ultimo. Era più di quanto sperasse. Non era in grado di calcolare a mente il guadagno di velocità che avrebbe avuto nell’impatto con un piano in più, ma non gli importava. Forse, non solo i giornali avrebbero parlato di lui, anche la nettezza urbana lo avrebbe ricordato. Il ragazzino era balbuziente. Disse che era solo a casa, come sempre, e che i genitori ritornavano sempre a sera. Tartagliando sempre più, in preda all’eccitazione per quella novità che sembrava spuntata come un fungo sull’asfalto, gli spiegò da quale parte del complesso si trovava il suo appartamento, e da quale lato avrebbe dovuto prendere l’ascensore.
Un cortile di cemento si apriva intorno a tre palazzine fatiscenti: una, sulla destra, con una parete completamente priva di intonaco, tappezzata da ampi mattoni rossi decorati da chiazze di calce rappresa; una seconda, sulla sinistra, con uno scheletro di cemento armato privo di muri e che si elevava al di sopra del quarto piano come un morto vivente; l’ultimo palazzo, l’unico finito, verso il quale stava andando, era tappezzato dai colori vivaci di panni, tovaglie, maglie e canottiere, mutandoni e trapunte. Un gruppetto di bambini cenciosi giocavano al centro, avvolti in un convulso parolio. Lo accolsero con grida selvatiche ma gioiose. Ridete, ridete, non sapete cosa vi aspetta nella vita, pensava lui. Si trovò davanti a un vecchio e malandato ascensore a due battenti di legno. Gli ricordava quand’era piccolo e andava a trovare i suoi nonni. Anche questa volta stava per andare a trovarli. Il portone era socchiuso. Si fece avanti. Il ragazzino, sorridente, grasso, con due larghe guance di un rosso vermiglione e due occhioni come cipolle, indossava un pigiama con un porcellino sul petto. In mano teneva un vasetto enorme, pieno di golosità, nel quale aveva affondato una mano fino all’avambraccio.
— Come ti chiami?
― Viii…ncenzino, a… anche se tu…tutu’…tti mi chia… chiamano Cenzìno, ― e gli fece cenno di seguirlo. Camminava goffamente, con le gambe un po’ divaricate, i piedi all’infuori e la testa lievemente inclinata. La cadenza dei suoi passi, lenti e grossolani, si accordava al ritmo dei rintocchi, che suonavano sempre più sordi.

TIC TAC

Vedeva in quel ragazzino un ingranaggio, l’estremo rotismo di quel conto alla rovescia. L’ingresso della casa era spoglio: due file di piattini dozzinali macchiavano la parete; dall’altra parte, una fila di scaffali seguiva i loro passi fino alla fine del corridoio, assieme a qualche ragnatela di crepe sottili sulle pareti. Non un libro, non un opuscolo, neppure un foglio, solo cianfrusaglie senza valore e un elenco telefonico accartocciato. Un lungo giravite era annegato in un barattolo pieno di chiodini minuti, come un perpetuum mobile di vermi rivoltanti. Odore di cavoli bolliti proveniva dalla cucina.
— Il baba’… balcone è da que’… questa parte.
Entrarono in quello che doveva essere il soggiorno, davanti ad un’ampia tenda color senape, quasi trasparente: l’ultimo sipario si stava per aprire. Ma il bimbone, che tanto giocosamente lo aveva accolto, cambiò espressione. Ora il suo viso era triste.
— Che hai? Non dicevi che è una ficata?
Accartocciò la fronte. — Sono sfo’… sfortunato, Se eri una doo… donna, visto che ti … ti stai per bu’… buttare, ti potevo palpa… re, me l’avresti fa… fatto fare. Ma senti, pe…pepe’…rché ti vuoi bu… bubu’… ttare?
— Non potresti capire, sei troppo piccolo. Apri la finestra, dai.
— Ma…mamma mi ha detto che la no…nonna è fe… felice in cielo. Se la vedi, quando ti bubù …tti, saaa… lutamela. Sai una cosa? Quaquà …quasi quasi, miii bubù…tto pure io. Almeno la no… nonna… non mi lascerà solo. Vo… vo… lerò alto, come fa su… susùperman. Ci ho tutùtta la coo… llezione di su’…superman. Tu dii…ci che col po… porcellino al popo’…posto della esse di su…perman ca…caca’… cado? Che dici? —.
L’uomo stava per risolvere un problema ed ecco che ne spuntava un altro. Ora avrebbe dovuto preoccuparsi pure del bimbone.
— Senti! Io mi devo buttare dalla finestra, non tu! Chiaro? E non è vero che in cielo si sta bene. Altrimenti, non vedresti altro che persone spiaccicate sull’asfalto, no? Sono fatti miei perché mi butto. Per te è diverso, hai la vita davanti, troverai una ragazza che si farà palpare e magari ti vorrà pure bene, smetterai di balbettare e sarai felice. Ora, apri la finestra, per favore.
— No… on ti pre… preoccupare. Va… vado a pre…prendere la ma…mama’… glietta di superman. Ta… tatànto poi torno quà… quando voglio, — e si allontanò. L’uomo era sul punto di urlare contro Vincenzino, quando la vista della finestra lo paralizzò. Era davanti a lui, nuda, aperta, disponibile, pronta ad accoglierlo. Con uno scatto improvviso sollevò la tenda e girò la maniglia. Il cielo era fosco. Sembrava un’immensa distesa di metallo liquido pronta ad allagare tutto. L’aria fredda di quel settimo piano gli invase i polmoni. Il suo corpo era un insieme di parti smembrate di cui non avvertiva più alcuna unità ma che fremevano. Abbassò lo sguardo. La distesa di cemento del cortile occupò i suoi occhi. Poggiò le mani sul parapetto, basso e arrugginito. Era finita. Questa era la parte più facile del suo piano. Bastava sollevare una gamba e scavalcare. Ma qualcosa non era andata secondo le sue previsioni, per quanto fossero state accurate e meditate. Che fare di Cenzino? Si sarebbe buttato pure lui? Era certo che lo avrebbe fatto. Era troppo convinto di poter volare. — Che doveva fare allora? — si chiese, in preda ad un’angoscia sempre più grande. Gli occhi esplorarono la superficie di grigio cemento. Si posarono su un confuso agglomerato di macchie nere, che si muovevano irregolarmente sul cortile. Era il gruppetto di bambini allegri che aveva commiserato poco prima. Si sforzò invano di vedere i loro visi. Tra di loro avrebbe voluto riconoscere Cenzino, sentire la sua balbuzie fondersi in quel vocio. Almeno, loro avevano una speranza. Cenzino aveva ancora una speranza. Pensieri nuovi affollavano la sua mente, già provata. Forse avrebbe dovuto rimandare la sua decisione. Ma la tentazione era forte. Un brivido percorse la sua schiena umida di sudore. Chiuse gli occhi…


È passato tanto tempo. Sono vecchio e acciaccato, immobilizzato su questo letto, ma ripenso ancora a quel giorno. È come se fossi ancora lì, davanti a quella finestra. La sogno ogni notte. È aperta, davanti a me.
Lo faccio.
Non ho pensato alle conseguenze di quel gesto così semplice. Io sono ancora qui, mentre lui è morto. È strano. Non riesco neanche a pronunciare il suo nome, nonostante siano passati così tanti anni. Non riesco neppure a scriverlo. Ho cercato di dare un senso alla mia vita e soprattutto alla vita di chi mi è stato accanto. L’ho fatto per lui.
Ogni mattina gli rivolgo un pensiero, non ho mai mancato in questo. Ho una famiglia, un lavoro, dei figli. Mi aveva promesso che sarebbe successo. Ho smesso di balbettare.
– Vola! – è l’ultima parola che gli ho detto, prima di spingerlo giù. Ero convinto di poterlo riprendere, come Superman. Forse non lo avrebbe fatto, ma non lo potrò mai sapere. Mi piace credere che da quell’ammasso di budella sparse sul cortile sia sbocciato uno spirito puro e libero. Voglio credere che lo rivedrò, quando chiuderò per sempre gli occhi. Allora potremo passeggiare insieme, potrò raccontargli la mia vita, e dirgli grazie. Voglio pensarlo. Voglio crederci. È il mio ultimo piano.

Il racconto è stato pubblicato nell’antologia “La valigia esplosa”, Coessenza, 2012

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  • Veramente bello Piè 😀 L’ho letto con piacere emi ha coinvolto tanto, l’idea dell’egoismo, del titanismo e della banalità del suicidio è resa magistralmente. Anche le descrizioni degli ambienti e del quartiere, mi hai trascinato dai miei grafici statistici immergendomi in una cupa e disincantata periferia.. Aspettiamo il Prossimo

e per finire…

Il difficile non è scrivere, ma riscrivere, smembrare, sbudellare un testo e rimetterlo insieme in modo che diventi più vivo di prima. Se hai qualcosa da dirmi contattami via email. © PIETROPAOLO MORRONE — tutti i diritti riservati