LUI E LEI

By Pietropaolo Morrone on 26 agosto 2017 — 4 mins read

Quando lei è una rompipalle

Una candela al gelsomino fuma al centro del tavolo. Un tris di formaggi e quattro polpette miste attendono il palato dei due piccioncini. Lui la guarda, sorridendo. Lei, braccia conserte, più pallida del solito, guarda al soffitto.

— Cara, ma non le guardi neanche?

— Che cosa dovrei guardare?

— Le rose… le rose che ti ho regalato. Stanno al centro del tavolo ma non le degni neanche di uno sguardo. (Che cazzo, qualsiasi cosa faccio non va bene)

— Oh, ma possibile che ti devo ripetere sempre le stesse cose. Le rose mi rattristano, appassiscono, mi ricordano il tempo che passa… Oddio, ho già trentotto anni. E mi ricordano che tu non mi vuoi sposare. Ecco perché non le guardo. Hai capito ora? Che diavolo, mica pretendevo il Richard Gere di Pretty Woman ma almeno un po’ di sensibilità…

— Ma non sono rose vere, o meglio, sono rose ma sono sintetiche. Non appassiranno mai. (Vediamo se va almeno questa!)

— Si è sposata pure Cinzia, che è una balenottera azurra, ti rendi conto? Ehm, dicevi? Sintetiche?? Cioè, mi hai regalato delle rose finte? Allora vuol dire che pure il tuo amore è finto.

— Macché finto, tesoro mio. (Che rottura di palle!) Lo sai come sono fatto, non sono tipo da mainstream. Tutti sono capaci di regalare rose rosse, ormai non c’è neanche bisogno di andare dal fioraio, gli indiani te le vendono pure nei locali. Vedrai che, tempo qualche minuto ancora, e ne entra uno. Il mio è solo un regalo non convenzionale e ti ricorda invece che il mio amore non appassirà mai, come la plastica, ecco cosa ti ricorda, non che è finto. E poi neanche ti piacciono le rose vere, l’hai appena detto! (È meglio camminare in un campo minato in Afganisthan che parlare con ‘sta rompiballe)

— Mi chiedo cosa ti è mai piaciuto di me.

— (Eh, eh, me lo chiedo anch’io) Come fai a dire una cosa simile? Ti ricordi il primo complimento che ti ho fatto? Mi hai detto che sono stato così originale! Proprio così hai detto, originale.

— Quale primo complimento? Non mi hai fatto complimenti. Me lo diceva sempre mi padre che eri troppo rozzo.

— Sei sempre stata un po’ complessata per la tua pelle bianchissima. E io quella volta ti ho detto che la cosa che mi piaceva di te era il tuo candore, che mi ricordava lo strutto di maiale.

— “Di porco”, hai detto “di porco”.

— Hai visto che te lo ricordi!

— Sì, me lo ricordo. Ma mica era un complimento, mi hai fatto ridere, quello sì, però non era un complimento.

— Era un complimento eccome. Tutti sono in grado di associare il candore della pelle alle nuvole, alla purezza, ai gabbiani e a tutte queste stronzate qua. Lo strutto è saporito. Se ne metti un po’ nell’impasto delle polpette diventano saporitissime. Altro che queste qua che non sanno di niente. Certo, poi il colesterolo parla con gli angeli, ma almeno sono bu…

— Ma quindi mi ami?

— Certo che ti amo! (Finalmente, forse fare mezz’ora di fila dal fioraio è servito a qualcosa)

— Però mi hai sempre paragonata a un porco! E che ne so cosa pensi adesso nel tuo intimo! Tu sei così introverso.

— Sì, ma tutti ti dicevano che eri pallida, io ti ho detto che eri candida e in più che eri pure saporita. Infatti, sei saporita! Non senti come mugolo quando ti mordo!?! Mmmmh. Stasera quando torniamo ti do tanti morsi!

— Hi, hi, hi, dai, abbassa la voce, uhm, sciocchino, qua è pieno di gente!! E poi è meglio di no che poi domenica i miei mi chiedono perché ho tutte queste macchie rosse. E gli devo dire che è l’allergia. Mica gli posso dire che sono succhiotti e morsi.

— Allora ti mordo solo nei piani bassi. Mmmh….

— Hi, hi, dai, basta, sciocchino. Hi, hi, hi.

— (Sono sulla buona strada, stasera me la da)

— A cosa stai pensando?

— Uhm, niente, ti guardavo.

— Sì, ma ho visto qualcosa nel tuo sguardo, non so, una certa insicurezza, mista a superficialità.

— Oddio, ma possibile che non ne combino una giusta. Hai appena detto che ti amo.

— Sì, ma l’ho detto io, tu lo dovresti dire, e poi non ne sono così sicura. È che sei furbo, riesci sempre cadere in piedi in ogni situazione, come quella volta cinque anni e mezzo fa, quando sei venuto a conoscere i miei genitori. Baci di qua, baci di là ma hai salutato mio padre per ultimo. Te l’avevo detto che è permaloso. Infatti non ti può vedere da allora. Il primo impatto è quello che conta.

— Cinque anni e mezzo fa! Ma come faccio a ricordare chi ho salutato per primo in una giornata di cinque anni e mezzo fa?

— No, non era una giornata qualsiasi, era il giorno che sei venuto a casa mia per la prima volta. E dovevi salutare prima mio padre. Io te l’ho fatto notare, “ubi maior” ti ho detto e tu, furbescamente, hai tolto dal cappello “dulcis in fundo”, per cavartela dalla figura di merda.

— Va beh, dai, che ti devo dire. Gli antichi avevano capito tutto della vita. C’è una frase buona per ogni situazione. Se hai fretta e fai una cazzata c’è il detto “chi va piano va sano e va lontano”, se invece sei troppo lento c’è l’altro “non rimandare a domani quello che potresti fare oggi”. Stessa cosa vale per dulcis in fundo e per ad maiora.

Ubi maior, non ad maiora Appunto, sei furbo, igorante in latino ma furbo.

— Cara, non possiamo smettere di parlare e darci tanti bacini. I baci non hanno grammatica. Dai avvicinati. Non pensiamo più a niente, ché pensare fa male alla salute.

— Eh, eh, lo so io che cosa vuoi. Siete tutti uguali.

— Va beh, se siamo tutti uguali, tanto vale cedere! Non troversti di meglio, l’hai appena detto tu.

— I baci non hanno grammatica, carina questa! Sì, forse l’hai trovata nei baci Perugina, ma dai, forse un po’ mi ami. Baciami!

— (Finalmente) Smack!

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e per finire…

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