Lo sfintere dell’Ego e la scrittura

By Pietropaolo Morrone on 30 novembre 2015 — 10 mins read

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Eye of the book, di Sunnyclockwork

Leggere è come scavare in miniera, richiede notevole sforzo; scrivere è come andare di corpo, in un modo o nell’altro lo si impara a fare da bambini. Ci troviamo ai tempi di un vero e proprio Big Bang della scrittura, una crescita incontrollata e incontrollabile di pubblicazioni (cartacee, digitali). Domanda: i deliri dello sfintere del nostro ego condurranno, prima o poi, a una condensazione del magma d’inchiostro in forme riconoscibili o saremo per sempre avvolti da una nebbia di cluster di pseudo-testi in moto browniano senza una direzione?

 

“Ci sono più lettori che scrittori”, “oggi si pubblicano troppi libri”, “c’è troppa informazione”, “tutti pubblicano” e così via. Quante volte abbiamo sentito o ci siamo posti queste domande? Spesso portano a tenere atteggiamenti troppo negativi e distruttivi. Il fatto che sia enormemente più facile demolire che costruire è un’asimmetria fisiologica (chi trova più facile ricomporre un piatto piuttosto che mandarlo in frantumi?); inoltre, distruggere fa audience (oggi una pacata conversazione non fa ascolti mentre trasmissioni piene di urlatori che si azzannano a vicenda sono seguite da milioni di persone). Partiamo quindi dal facile e cioè appunto dalla pars destruens per arrivare poi alla pars construens e quindi a una sintesi.

È piuttosto facile trovare argomentazioni ed esempi negativi su questo tema: pubblicare diventa sempre più sinonimo di condividere, nel senso socialnetworchiano del termine, con tutti i lati negativi del caso: tutti possono pubblicare ebook, libri stampati o stampabili on demand; pennaioli di vario genere e rango spuntano ogni giorno. E come confermano i librai, tonnellate di libri vanno al macero, buoni o cattivi che siano.

Il “pubblicare un libro” come sintesi e sanzione di uno studio, una riflessione, un’idea, un tema da condividere o una storia da raccontare, è una pratica che non ha più il rilievo di un tempo […] I libri spariscono dalla vendita e dall’attenzione – e dall’esistenza – dopo pochi mesi, o pochi anni al massimo (salvo rare eccezioni): ne escono a centinaia ogni mese, e se non vi passano sotto il radar subito, non esisteranno mai più.
LUCA SOFRI, “La fine del libro”1, articolo pubblicato in Wittgenstein

L’intellettuale messicano Gabriel Zaid, nel suo libro I troppi libri – leggere e pubblicare in un’epoca di “abbondanza”, punta il dito su un altro aspetto negativo:

“Pubblicare è un fattore standard necessario in una carriera accademica o burocratica […] Leggere è difficile, sottrae tempo alla carriera e non fa guadagnare punti tranne che negli elenchi delle opere citate. Pubblicare è un mezzo per un fine […] ”

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SCP-140 di sunnyclockwork

E quindi, l’elenco si arricchisce di libri sfornati per gonfiare curricula di politicanti e professori, di pubblicazioni scientifiche che si moltiplicano oltre lo stretto necessario, spesso duplicando, triplicando, ennuplicando gli stessi contenuti con parole diverse o semplicemente rimescolate, per gonfiare fantomatici indici della bontà della ricerca scientifica, peraltro puramente quantitativi (impact factor, citation index) e che spesso crescono grazie a scambi di favori e di citazioni tra amici; e poi, i best to sold, libri scritti apposta per vendere, polpettoni impastati di “sesso, rosa e rock & roll”, dai classici harmony alle sfumature di x, per x compreso nel range di frequenze del visibile, incluso il verde pisello. Le presentazioni di libri a cui siamo invitati aumentano di anno in anno e spesso sono l’unico motivo per cui un piccolo editore si decide a pubblicare un libro (almeno sarà venduto a parenti e amici dell’autore); i libri si moltiplicano a dismisura anche se, naturalmente, la maggior parte non sarà letta che da pochi, non verrà mai recensita, tradotta né mai ristampata. La cosa preoccupante è che con l’aumentare dei laureati sembra che le persone siano più disposte a scrivere un libro che a leggerlo. Leggere, in effetti è in investimento non proprio in linea con il concetto contemporaneo di tempo [= denaro].

What every man thinks about apart from sex, Amazon
What every man thinks about apart from sex

Ci sono poi casi estremi, che non hanno peso statistico, come la Bibbia, uno dei più grandi best seller del mondo, ma non certamente uno dei più grandi best read, o il più recente “What every man thinks about apart from sex” di Sheridan Simove, un libro che consta di qualche centinaio di pagine completamente bianche e che è stato, credeteci o no, uno dei best-seller (anzi uno dei best-downloaded) su Amazon.com.
Tornando a noi, il fatto che la maggior parte dei libri non vengano ristampati è del tutto fisiologico, non ci possiamo fare niente; Darwin sarebbe d’accordo. Il nostro cervello, il nostro tempo, la nostra vita e le nostre capacità sono limitate mentre i libri crescono vertiginosamente. Ma, a ben vedere, non è un aspetto così negativo. Cito ancora Gabriel Zaid:

“Quello che è auspicabile non è che tutti i libri abbiano milioni di lettori, bensì che raggiungano i loro destinatari naturali — i destinatari che avrebbero in un mondo perfetto in cui la distribuzione sia impeccabile e il prezzo non costituisca un problema, dando a ogni lettore eventualmente interessato l’opportunità di leggerli”.

Questo passo mi fa venire in mente un’esperienza personale che trovo significativa. Tempo fa ho preso in prestito, presso una biblioteca universitaria, un testo di analisi letteraria con numerosi esempi, da Boccaccio a Sanguineti2

Ebbene, dopo aver restituito il libro, qualche mese dopo ho pensato bene di acquistarlo, ma mi sono reso conto che era andato fuori stampa da diversi anni e nessuna libreria lo dava disponibile neppure Maremagnum. Ho deciso così di prenderlo nuovamente in prestito ma, incredibilmente, era andato smarrito. L’unico modo per trovarlo era attraverso un’altra biblioteca pubblica, cosa che ho fatto. Sante biblioteche, è proprio il caso di dirlo, piccoli parchi nazionali per specie protette, felicemente definite da Marguerite Yoursenar“granai dell’anima”.

Libreria distrutta da un bombardamento, 1940

“In una società ricca, la gente non è costretta a lavorare manualmente e si dedica alle attività intellettuali. Aumentano le università e aumentano gli studenti. Per potersi laureare, bisogna trovare argomenti per le tesi di laurea. Gli argomenti sono una quantità infinita perché è possibile scrivere tesi su ogni cosa al mondo. Risme su risme di fogli scritti si accumulano negli archivi, che sono più tristi dei cimiteri, perché non ci entra nessuno nemmeno il giorno dei morti. La cultura scompare nell’abbondanza della sovrapproduzione, nella valanga dei segni, nella follia della quantità. Ecco perché ti dico che un libro vietato nel tuo vecchio paese significa infinitamente di più dei miliardi di parole vomitati dalle nostre università”.
MILAN KUNDERA, L’insostenibile leggerezza dell’essere, 1982.

Kundera ambienta il romanzo citato ai tempi della primavera di Praga: in un libro vietato, Franz vedeva il seme della rinascita, dormiente e in attesa di cadere su un terreno fertile. Oggi direi che è meglio pubblicare centinaia di libri, col rischio di produrre un bel po’ di mediocrità, piuttosto che vietarne uno solo. L’aumento dell’informazione, della conoscenza, della storia che ci portiamo sulle spalle, sono fenomeni legati, fisiologicamente, al tempo che passa; poi, se aggiungiamo la tecnologia, che fa da potentissimo catalizzatore, ci spieghiamo tutto.

È chiaro, esistono più libri di quanti ne potremmo mai leggere, anche se avessimo secoli a disposizione, e ciò varrebbe anche se prendiamo in considerazione i soli classici:

“Prendete in mano quello che rimane il più ricco repertorio di opere letterarie, il Dizionario Bompiani delle Opere, trascurando i volumi dedicati ad Autori e a Personaggi. Nell’edizione attualmente in commercio le Opere contano 5450 pagine. Calcolando a occhio che vi siano in media tre opere per pagina, abbiamo 16.350 opere. Rappresentano tutti i libri mai scritti? Per nulla. Basta infatti sfogliare un catalogo di libri antichi (o gli schedari di una grande biblioteca) per vedersi sopraffatti da titoli di ogni genere e sulle più varie materie che il Dizionario Bompiani non registra, altrimenti sarebbe non di cinquemila ma di cinquantamila pagine. Un repertorio del genere registra le opere che costituiscono il Canone, quelle che la cultura ricorda e che considera fondamentali per l’uomo di buona cultura. Le altre rimangono (meritatamente o immeritatamente) riserva di caccia per studiosi specializzati, eruditi, bibliofili. Quanto tempo ci vuole per leggere un libro? Parlando sempre dal punto di vista del lettore comune, che dedica alla lettura solo alcune ore del giorno, azzarderei per un’opera di medio volume almeno quattro giorni. È vero che per leggere Proust o san Tommaso occorrono mesi, ma ci sono capolavori che si leggono in un giorno. Atteniamoci dunque alla media di quattro giorni. Ora quattro giorni per ogni opera registrata dal Dizionario Bompiani farebbe 65.400 giorni: dividete per 365 e avete quasi 180 anni. Il ragionamento non fa una grinza. Nessuno può aver letto o leggere tutte le opere che contano”.
UMBERTO ECO, “Quanti libri non abbiamo letto?”, La bustina di Minerva, Milano, Bompiani, 2000.

E non c’è lettura veloce che tenga, come fa notare il grande Woody Allen:

«Ho fatto un corso di lettura veloce, ho imparato a leggere a piombo, trasversalmente la pagina, e ho potuto leggere Guerra e pace in venti minuti. Parlava della Russia».

Tempo fa, pascolando in una libreria, sono rimasto turbato alla vista di un libro scritto da Ibrahimovic (il calciatore) o chi per lui, con tanto di gigantografia della pianta del suo piede. I libri obbediscono alle leggi del mercato e se il cattivo e il male eccedono rispetto al bello e al virtuoso, e questo vale non solo per i libri, significa che probabilmente l’uomo, come specie, è ancora giovane, è come un bambino lasciato da solo in casa dai genitori, abbandonato dalla nascita; c’è da sperare, ed io sono fiducioso, che la sua velocità di crescita sia maggiore della sua capacità di fare danni irreparabili. Il mondo non è propriamente a misura d’uomo, ma un organismo economico nelle cui vene e arterie scorre denaro, è un organismo ipertrofico che cresce e diventa sempre più soffocante. Impareremo ad usare meglio i libri quando impareremo a vivere meglio e impareremo a vivere meglio anche grazie ai libri.

“Anche i cattivi libri son libri, e perciò sacri […]”
GÜNTER GRASS, “Il tamburo di latta”, 1959.

Credo, sommando lati negativi e positivi, che il fenomeno del proliferare dei libri e della comunicazione scritta in genere, anche virtuale, sia positivo, e non solo in riferimento a quanto dice Kundera. I libri sono un po’ come le persone: ce ne sono di simpatiche, antipatiche, stupide, sorridenti, tristi e seriose, belle o brutte, furbe e poco intelligenti, cazzute, vispe, deficienti. L’umanità è varia ed è per questo che è interessante. Nell’universo, le stelle pulsano, vivono, esplodono e muoiono in pirotecniche vampate cosmiche e ciò è possibile perché esistono zone fredde e zone calde; se la temperatura fosse ovunque costante, sarebbe la morte termica, il vero nulla. Si può forse scrivere un bel romanzo in un mondo di persone tutte intelligenti, buone e altruiste? I Promessi sposi non sarebbero la stessa cosa senza Don Rodrigo, i bravi e i personaggi di confine come Don Abbondio. E poi diciamolo pure, in un mondo così vario, c’è sempre la possibilità che l’Innominato di turno si converta, e magari grazie a un libro.

«Il libro da leggere appartiene a quei miracoli di una tecnologia eterna di cui fa parte la ruota, il coltello, il cucchiaino, il martello, la pentola, la bicicletta. Il coltello viene inventato prestissimo, la bicicletta assai tardi. Ma per tanto che i designer si diano da fare, modificando qualche particolare, l’essenza del coltello rimane sempre quella. Ci sono macchine che sostituiscono il martello, ma per certe cose sarà sempre necessario qualcosa che assomigli al primo martello mai apparso sulla crosta della terra. Potete inventare un sistema di cambi sofisticatissimo, ma la bicicletta rimane quella che è, due ruote, una sella, e i pedali. Altrimenti si chiama motorino ed è un’altra faccenda. L’umanità è andata avanti per secoli leggendo e scrivendo prima su pietre, poi su tavolette, poi su rotoli, ma era una fatica improba. Quando ha scoperto che si potevano rilegare tra loro dei fogli, anche se ancora manoscritti, ha dato un sospiro di sollievo. E non potrà mai più rinunciare a questo strumento meraviglioso».
UMBERTO ECO, “Libri da leggere e libri da consultare”, La bustina di Minerva, Milano, Bompiani, 2000

Anche se ce ne sono troppi, anche se molti li scrivono per gonfiare i curricula o per autocelebrarsi, ben vengano. Lo spettro dell’umano spirito, in maniera del tutto speculare, spazia dalle basse frequenze della demenza a quelle della più sublime genialità, e persino il libro più stupido del mondo potrebbe ispirare, un giorno o l’altro, una commedia comica, ad un autore che vi si imbattesse per caso. Ci sarebbe da preoccuparsi se sparissero, e non mi rimane che chiudere con un “finché c’è libro c’è speranza”.

NOTA Consiglio la visione di una puntata bellissima della serie “Ai confini della realtà”, intitolata “Tempo di leggere”, andata in onda per la prima volta negli U.S.A. il 20 novembre 1959.


  1. Da segnalare l’articolo di G. Didino “La fine del libro?”, in risposta al post di Sofri ↩︎
  2. Segnalo il libro in questione affidandolo alla corrente come un biglietto in una bottiglia, con la speranza che trovi un altro “destinatario naturale”: Educazione letteraria e società – Strumenti operativi per l’analisi del racconto, di Teresa Cicerale Tomassini, Franco Angeli Editore, 1992 ↩︎
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  • La distonia tra “scritto” e “letto” racchiude riferimenti senz’altro indicativi dell’epoca in corso. Le osservazioni dell’articolo li mettono in luce stimolandone di ulteriori, che cercherò di articolare partendo dall’assunto di base: scrivere è facile e leggere no.
    In effetti, l’espressione scritta sembra essere una modalità di comunicazione alla portata di tutti: non richiede competenze particolari se non quelle negate agli analfabeti, peraltro sempre di meno nelle società sviluppate. Competenze solo un poco più avanzate rispetto alla comunicazione orale, ma molto meno impegnative di quelle necessarie all’attuale comunicazione, per esempio, musicale o pittorica. L’uso degli strumenti per queste ultime modalità espressive – chitarre/pianoforti/pennelli/colori etc. – obbliga a ben altre complicazioni rispetto all’uso della penna. Già questa evenienza rappresenta una discriminante della contemporaneità: disegno e musica nel passato erano mezzi di comunicazione ben più diffusi rispetto alla scrittura, mezzo espressivo nato – tra l’altro – più tardi.
    Fatto sta che oggi, nelle società sviluppate, più o meno chiunque si sente in grado di scrivere, ma non di suonare e dipingere.
    Allora, perché non farlo? Perché non tentare di lasciare un segno nel mondo (scripta manent) segnandolo con le parole lasciate dalla penna? Per ognuno le proprie convinzioni, le proprie emozioni sono uniche: condividerle è allo stesso tempo atto egoistico e generoso. Il libro è sicuramente – in virtù dell’aura di strumento “perpetuo” depositario di cultura – il mezzo più adatto all’uso.
    Se poi la comunicazione con tale strumento non trova corrispondenze con chi dovrebbe leggerla… pazienza.
    Intanto, quel che doveva esser fatto è stato fatto.
    (fine della prima parte: Il seguito se il commento dovesse trovare corrispondenti e questi fossero interessati).
    Pino Sassano

    • Ciao Pino, grazie tante per il prezioso commento. Il mio post si concludeva con un augurio: “finché c’è libro c’è speranza”. La sovrapproduzione, però, può rendere invisibilie o perlomeno non facilmente rintracciabile la produzione di qualità. Mi sembra azzeccata un’osservazione di Umberto Eco in “Come buttar via mezzo Windows”, La bustina di Minerva (rubrica dell’Espresso), 1994:

      Una volta un tale che doveva fare una ricerca andava in biblioteca, trovava dieci titoli sull’argomento e li leggeva; oggi schiaccia un bottone del suo computer, riceve una bibliografia di diecimila titoli, e rinuncia […] È bello avere tanta informazione a disposizione ma poi occorre imparare a selezionarla, a non lasciarsene travolgere. Bisogna prima imparare a usare l’informazione e poi a usarla con moderazione. Si tratta di uno dei problemi educativi per il secolo a venire. L’arte della decimazione diventerà una delle branche della filosofia teoretica e morale

      Sono d’accordo con Eco che l’istruzione avrà il suo daffare per bilanciare la sproporzione tra leggere e scrivere. L’attuale sistema scolastico non stimola la lettura probabilmente proprio perché non stimola la cusiosità. I bambini in età prescolare bombardano i propri genitori di “perché” su tutto ciò che li circonda ma poi, appena mettono piede a scuola, ci pensa l’Istituzione a disseccare quella naturale curiosità; si innesa quel mercenario e spesso poco produttivo scambio tra “valutazione = voto = giudizio” e “tempo dedicato (spesso controvoglia) sui libri (o su internet a scopiazzare tesine e riassuntini)”. Non è un caso che uno dei sistemi didattici più evoluti (adottato in Finlandia ad esempio) non preveda alcuna valutazione, almeno fino a una certa età, proprio per non interrompere quel flusso naturale di curiosità che è proprio del bambino in età prescolare. E la cosa pare che funzioni. Evidentemente, la curiosità naturale non ha bisogno di premi.
      Ci si può laureare in lettere senza aver letto neanche un romanzo. La lettura è un atto di cusiosità e umiltà, è un aprire le orecchie e chiudere la bocca per ascoltare gli altri.

      Io sono fiducioso nell’evoluzione che la didattica sta avendo. E forse, quando si leggerà di più, si avrà meno tempo di scrivere, ci saranno meno libri e migliori.

      • I risultati delle indagini sugli studenti italiani dimostrano che uno studente medio, preferisce rinunciare a risolvere un problema di dieci righe, ma semplice e provare invece a risolvere problemi di due righe ma molto complessi. I ragazzi italiani insomma, mediamente, leggono poco e male e questo influisce negativamente su qualsiasi altra competenza.

  • (Seconda parte)
    Allora è inevitabile che l’interesse sia rivolto più alla scrittura, che non alla lettura. Nella prima, il ritorno di “utilità” (privata certa e pubblica presunta) è diretto e immediato, nella seconda è oltremodo mediato e assolutamente privato. Mediato dalla capacità di avere strumenti per raccogliere i contenuti di quanto letto, inerenti a sensibilità e immaginazione non autoreferenziali, ma interpretate da quelle proposte dallo scrittore. Privato, in quanto la comunicazione di cui il lettore è punto d’arrivo, non ha elementi di condivisione con altri punti di arrivo. È un atto di scambio uno a uno, lettore con scrittore. Evidentemente diverso da quello principiato dallo scrittore che si rivolge a una possibile miriade di lettori. Insomma, uno scambio da uno a molti che ha ben altra valenza sociale. Per cui, da questo punto di vista, diventa allora comprensibile la predominanza degli scritti rispetto ai letti, dando una delle possibili motivazioni alla enormità della produzione libraria italiani, capace di superare i trecento nuovi titoli al giorno.
    Insomma, per queste e altre ragioni – che preferisco dire “a voce”, vista la difficoltà appena motivata di trovare congruo numero di lettori – forse sarebbe il caso di approcciarsi al problema da un altro punto di vista: tanta scrittura e poca lettura non è un’incongruenza, ma una condizione coerente con la loro natura sociale.
    Pino Sassano

e per finire…

Il difficile non è scrivere, ma riscrivere, smembrare, sbudellare un testo e rimetterlo insieme in modo che diventi più vivo di prima. Se hai qualcosa da dirmi contattami via email. © PIETROPAOLO MORRONE — tutti i diritti riservati