Le donne non capiscono una mazza di filosofia

By Pietropaolo Morrone on 5 agosto 2018 — 5 mins read

page2image1794208
William Wetmore Story, Medea, 1865

— Perché dici che non capiscono niente?
— Non dico questo, dico che non capiscono niente di filosofia… che è una cosa diversa.
— Non sarà perché hanno il cervello più piccolo rispetto agli uomini?
— Ma no, la dimensione del cervello non c’entra. Un pastore tedesco ha un cervello molto più grosso rispetto a un chihuahua, ma mica è più intelligente. O almeno non c’è una grossa differenza.
— E quindi?
— È una questione antropologica.
— Hai controllato se ci sono state filosofe finora? Io sono un po’ crudo in filosofia. Magari basta vedere su internet o in qualche manuale di filosofia se c’è stata almeno una donna filosofa.
— Ma certo, non ci sono mai state filosofe né ce ne saranno mai. Lo so.
— E come si spiega questo fatto?
— Ma è semplicissimo. Il fatto è che la filosofia è il pensiero liberato dalle catene della biologia, dei bisogni elementari. Filosofo è l’uomo che osserva sé stesso come se fosse altro da sé, come se diventasse spettatore in un grande teatro, come se fosse estraneo agli affarucci di questo mondo, non so se mi spiego.
— Aspetta, che sto controllando su Wikipedia se ci sono donne filosofe.
— Non mi ascolti, allora. Te l’ho detto che non ce ne sono di filosofe.
— Lo dici tu? Guarda qua, la prima pagina che ho trovato: Donne filosofe. Ce ne saranno una decina solo in questa paginetta.
— Fammi finire quello che stavo dicendo.
— Pare che le donne hanno cominciato a filosofare nella scuola pitagorica. Vediamo… qui c’è scritto che Pitagora aveva diciassette praticanti, ad esempio Aspasia di Mileto, che fu tra l’altro l’amante di Pericle e la sua casa fu il centro della vita letteraria e filosofica dell’Atene del V secolo.
— È chiaro che si tratta di una baldracca, altro che filosofa.
— Ma perché? Solo perché era l’amane di Pericle? Pure a Pericle non dispiaceva la copula o no?
— Non andiamo fuori dai binari. Io già divago di mio, poi ti ci metti pure tu. Ti stavo dicendo che la filosofia è il pensiero dell’uomo che si rivolge verso sé stesso. È l’auto-osservarsi.
— E le donne non possono auto-osservarsi?
— Sì, ma non in senso filosofico. Si possono auto-osservare solo allo specchio con una trousse in mezzo alle mani o in un negozio di vestiti. Voglio dire che l’uomo, invece, uscendo fuori da sé stesso e osservandosi, non allo specchio, si rende conto di essere nient’altro che un groviglio di budella tenute insieme da un sacco di pelle.
— Esagerato! Dio…
— Aspetta e fammi finire. Insomma, prima, nella storia c’è al centro la religione, poi, dopo secoli di auto-osservazione, l’uomo si rende conto di non essere al centro di niente, di essere frazione organica deperibile; Dio, invece, è come Babbo Natale, tutti ne parlano ma non l’ha mai visto nessuno, solo che Babbo Natale, a un certo punto ti confessano che non esiste, di Dio non ti dice niente nessuno e così continui a credere. Di qui all’Esistenzialismo il passo è breve, il Nichilismo, eccetera, eccetera. Ma mi segui?
— … Poi, c’era Ipazia, di tendenze neoplatoniche, fautrice della distinzione e autonomia fra filosofia e religione, eccetera.
— Ma dai, mica basta esprimere un pensierino per diventare un filosofo. Fautrice della distinzione… ma va’, magari le stava sulle palle il sacerdote della sua comunità, e questo era il suo modo di andarci contro. La donna non può filosofare così come l’uomo non può partorire. Dicevo che l’uomo si rende conto di essere niente, è la constatazione più difficile ma anche in un certo senso liberatoria, invece la donna non potrà arrivare a questa conclusione e non potrà mai essere definita una filosofa.
— E perché non ci può arrivare?
— Perché è la fabbrica della vita, è programmata geneticamente per fare figli, crescerli e lanciarli nel mondo. Quindi è programmata per credere nell’umanità, chi fabbrica la vita non può vederla per quello che è, un inutile rimescolamento di materia organica. La donna è programmata a credere nell’umanità, a credere che l’uomo sia più della somma delle sue frattaglie.
— Dipende da come definisci la filosofia. Ne dai una definizione troppo ristretta. Non è solo constatare che l’uomo non è niente. Per me filosofia è sinonimo di pensare liberamente, tutto ciò che non siano i bisogni elementari, andare al cesso, mangiare, eccetera. Anche quelli che tu hai chiamato pensierini, allora, diventano filosofia.
— Se pensi al di fuori dei bisogni elementari non puoi che ammettere che l’uomo è fatto di niente e la donna in quanto femmina, o meglio, proprio perché è donna e femmina, non può condividerlo. Forse solo Medea, che ha ucciso i suoi figli, può essere considerata una filosofa. Anzi, solo dopo aver ucciso i suoi figli può finalmente cominciare a fare filosofia. Ora ti leggo un passo.
— Quindi le filosofe non vanno cercate sui manuali di storia della filosofia ma nelle pagine di cronaca o a Quarto grado nei servizi sulle mamme killer?
— Esatto. Quello è il primo passo verso la filosofia, la liberazione dai pregiudizi preinstallati nella mente. Uccidere come riconoscimento della nullità, sua accettazione, liberazione dalla dipendenza di un’idea malsana.
— Sì, ma che c’entra Medea?, mica ha ammazzato i figli per iscriversi alla facoltà di Filosofia. O ai tempi dei greci ammazzare i figli faceva parte dei test d’ingresso?
— Certo che no, volente o nolente quello era l’unico passo per poter conoscere l’uomo. Spesso si fa qualcosa con uno scopo e se ne ottiene un altro, o meglio anche un altro.
— E se una donna non ha figli, chi dovrebbe ammazzare per potersi iscrivere alla facoltà di Filosofia?
— Non si può iscrivere, o meglio può farlo ma non sarà mai una filosofa. Il desiderio di avere figli sarà sempre sotto pelle e sarà come averne, in un certo senso. Corrado Alvaro, nella sua “Lunga notte di Medea” fa dire a Nosside, rivolgendosi a Medea:

Padrona, perché vedere quello che non devi? Non sollevare il velo delle cose lontane e ignote. Ti rimane tempo per sapere. E si sa sempre troppo presto. Conoscere è la tortura dell’uomo.

Una volta che conosci non puoi più andare indietro, se si è grandi bisogna raggiungere il gradino più alto e per fare questo serve il massimo sacrifico:

I grandi non sono buoni che a cose grandi. Come i giganti sono inadatti quando si tratta di adoperare la delicatezza e non la forza.


Le citazioni sono tratte da “Lunga notte di Medea” (1949), di Corrado Alvaro.

Posted in: Filosofeggiando

Leave a comment

Commenta…

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

e per finire…

Il difficile non è scrivere, ma riscrivere, smembrare, sbudellare un testo e rimetterlo insieme in modo che diventi più vivo di prima. Se hai qualcosa da dirmi contattami via email. © PIETROPAOLO MORRONE — tutti i diritti riservati