Le arti figurative sono volgarmente superficiali

By Pietropaolo Morrone on 16 luglio 2016 — 3 mins read

— Ti piace?
— No!
— E quello lì? A me piace molto. Le tinte più scure lo rendono molto più, come dire, introspettivo.
— No, non mi piace neanche questo. È che non mi piacciono proprio i quadri. Tutto qua.
— E che ci sei venuto a fare a una mostra di quadri?
— Per verificare una mia teoria, se un insieme di quadri è in grado di farmi provare qualcosa.
— Se non ti piacciono i quadri, perché un insieme di quadri dovrebbe farti cambiare idea.
— Non dico che dovrebbero farmi cambiare idea. Un quadro ti rivela tutto istantaneamente. Ce l’hai sotto agli occhi. I quadri, a differenza dei libri o anche dei pezzi di musica, non si lasciano scoprire, non c’è una linea temporale da risalire, sono eterni e nello stesso tempo evaporano in un istante. È come se una donna ti si presentasse completamente nuda. Perdi tutto il fascino di scoprirla velo dopo velo. Le arti figurative sono volgarmente superficiali e nello stesso tempo angoscianti.
— Magari mi si presentasse una donna nuda.
— Dai, sto parlando seriamente.
— Se è per questo, anche io sto parlando seriamente.
— Sono venuto qua per vedere se era possibile interpretare l’insieme dei quadri come fosse una storia.
— E che storia puoi vedere in un insieme di quadri diversi?
— Credo che questa sia una variazione sul tema di qualcosa di molto più profondo, una specie di vizio che è stampato nel DNA dell’uomo.
— C’è tanta gente che ama i quadri, e mica ce l’ha questo vizio. Gli basta vederli uno alla volta.
— No, volevo dire un’altra cosa. Quando un insieme di oggetti sta nel tuo campo visivo, la tua testa malata cerca una relazione, anche se la sequenza è solo causale. Come quando vedi una faccia tra le nuvole, l’immagine della Madonna tra le pieghe delle tende, e così via. Ora ti faccio vedere una sequenza di immagini e tu dimmi cosa ci vedi.
— Ok.

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Antoon van Dyck, Sileno ebbro

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Peter Paul Rubens, Saturno divora i suoi figli

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Franz von Stuck, Fauno e ninfa

— Mmah, non saprei. L’unica cosa che hanno in comune è la barba del vecchio.
— Mica ti ho chiesto di dirmi cosa hanno in comune. Ti ho chiesto di dirmi che storia raccontano.
— Ma che dovrebbero raccontare?
— Beh, una interpretazione potrebbe essere questa. Nel primo quadro c’è un’allegra brigata di ubriachi, ma si fissa l’attenzione sull’uomo con la barba. È disperato, affoga i dispiaceri della sua vita nell’alcol.
— E per cosa è dispiaciuto?, il quadro mica lo dice.
— È qua che entra in gioco la sequenza. È ingabbiato, la sua vita è trascinata in un vortice di cui non è padrone. Possiamo immaginare la sua miserabile vita. Da trombeur libertino si è trovato sposato con una donna che non amava, magari dopo averla messa incinta e si è trovato in prigione. Nel secondo quadro, in preda a una sfrenata immaginazione eccitata dall’alcol o nella realtà, non ci è dato sapere, divora suo figlio come ha fatto il Dio Saturno con Zeus e compagnia, per liberarsi delle sue catene. E forse, subito dopo, si sarà liberato anche di sua moglie. Nella terza immagine, seppure trasformato in un mostruoso Fauno dalla sua colpa, agli occhi suoi, dell’autore o di chi lo vede, rivive la sua libertà portandosi sulle spalle una gustosa e giovane fanciulla.
— Magari in carcere e nella sua immaginazione. Ma che senso ha mettere insieme tre quadri di autori diversi, di periodi diversi, che probabilmente neanche si conoscevano, e inventarsi una interpretazione a cazzi?
— Non ha più senso che inventare un racconto oppure trovare una interpretazione degli affari umani in termini di volere divino. È un bug nel software della mente cercare a tutti i costi una interpretazione anche di cose che non hanno nessun senso.
— Comunque, hai dato un’interpretazione un po’ perversa.
— Ognuno ha uno stile interpretativo. Tu che interpretazione gli dai?
— … Non saprei, forse non ho abbastanza fantasia.
— Sì, ma la sequenza di immagini dovrà pure stimolarti qualcosa, nel tuo cervelletto.
— In effetti dà l’idea di una sequenza. I soggetti principali dei tre quadri si somigliano tutti. Ma, ti rilancio la domanda, che senso ha tutto ciò?
— Nessuno, dobbiamo divertirci, mica trovare un significato, solo esercitare la fantasia. Dopo che i telescopi hanno ridotto la Terra da Mondo a una insignificante pietruzza volante, dopo che l’elettromagnetismo ci ha spiegato che i fulmini non c’entrano niente con la mano possente di Zeus, dopo che Darwin ha ridotto l’uomo da figlio di Dio a una scimmia spelacchiata, ci resta la fantasia. E non credo che ce la toglierà mai nessuno.

Posted in: Cultura, Dementia

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