(IN)finito

By Pietropaolo Morrone on 31 dicembre 2017 — 3 mins read

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Sono affogato nell’infinito per la prima volta da bambino, avevo sette o forse otto anni. Dalla TV, la voce canicolare di Ornella Vanoni riempiva gli spazi tra gli ultimi bocconi della cena e lo schioccare della bocca sdentata di mia nonna. “Canterò per sempre” disse al conduttore di quella trasmissione, tra una canzone e un’altra; era forse il Festival di Sanremo o Fantastico. Quel mio cervello molle si eccitò. Per sempre. Con quella “esse”, la Vanoni sembrava lanciare il fiato verso spazi remoti senza attrito e io pensai davvero che avrebbe continuato a cantare per sempre, a tenere quel microfono per tutto il tempo del mondo. Cantava ancora quando andai a letto e mi addormentai così, con quella promessa di infinito. Allora non esisteva ancora la morte, i confini del tempo. Che-farai-da-grande?-Farò-lo-scienziato era solo un gioco di parole, tanto per accontentare papà. La verità è che i grandi nascevano già grandi e i vecchi erano già vecchi. Non c’era un inizio dei tempi, il Big Bang, ma un’eterna notte in cui ribollivano voci, odori dolciastri, giochi, sapori. Non c’era un vero inizio delle cose. I giorni erano uguali. Solo la domenica si distingueva perché i miei continuavano ad andare in giro per casa in pigiama anche dopo le sette. Tutto era così, un universo statico e newtoniano, tranquillizzante, con gli orologi di tutti perfettamente sincronizzati. Quasi tutto era infinito. Il tempo lo era certamente perché i limiti nel tempo terrorizzano. Mi accorsi, invece, che lo spazio era limitato quando andavo a comprare la barretta di Kinder Cereali al mini market sotto casa. Volevo che non finisse mai quella poltiglia di cioccolato al latte, zucchero, palline di riso, orzo, frumento, farro ma non era mica come il tempo, che gorgogliava da una tiepida marmitta senza fondo. Il contorno di quella barretta di otto centimetri per quattro era di una finitezza imbarazzante. Ci misi un po’ a capire che uno spazio finito è rassicurante quanto lo è un tempo infinito. Anche per un adulto è difficile vedere il bordo del tempo. C’è poco tempo per vederne più di qualche tratto, qua e là, di questa linea infinita, nella morte di chi ci è vicino, nei primi vagiti di un bambino, nell’ultima pagina della Recherche, nell’ultima parola di questa memoria, che sia questa o tra poche altre ancora, perché io non sono come la Vanoni che se ne sta al caldo, rinsecchita nel ricordo della mia mente infantile, ancora cantando. Il bordo, orizzonte degli eventi di un buco nero che mi risucchia, ha l’odore dell’eternità ma il sapore della fame.


Chiudo con Brodskij, che conosce(va) quel sapore:

Oggi compio quarantacinque anni. Mi trovo ad Atene, seduto al Lykabettos Hotel, a torso nudo, immerso in un bagno di sudore, intento a ingurgitare potenti dosi di Coca-Cola. In questa città non conosco un’anima. Quando sono uscito al tramonto per cercare un posto in cui cenare, mi sono trovato invischiato in una calca eccitata che gridava parole inintelligibili. Per quel che posso capirne, è una vigilia elettorale. Mi trascinavo a fatica su uno stradone interminabile, bloccato da persone e veicoli, con gli orecchi rintronati dai clacson senza comprendere una sillaba, e all’improvviso mi è balenato il pensiero che quella, essenzialmente, era la vita dopo la morte – che la vita era cessata ma il movimento continuava, che l’eternità è fatta di questo.

Quarantacinque anni fa mia madre mi ha dato la vita. Lei è morta due anni fa. L’anno scorso è morto mio padre. Io, il loro unico figlio, sto camminando di sera per le strade di Atene, strade che loro non hanno mai visto né vedranno mai. Il frutto del loro amore, della loro povertà, della schiavitù in cui sono vissuti e sono morti – il loro figlio cammina libero. E poiché non s’imbatte in loro in mezzo alla folla, si rende conto che è in errore, che questa non è l’eternità.1

Posted in: Anti-Diario

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e per finire…

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