Il fegato d’oca è buono. Animalisti vadano a brucare.

By Pietropaolo Morrone on 19 agosto 2018 — 3 mins read

Vegetariani contro carnivori. Vegani contro carnivori. Crudiveganisti contro carnivori. Fruttariani (che campano di frutta, da non confondere con i fruttivendoli) o fruttariani crudisti contro carnivori. E poi ci sono i melariani (sì, pare che mangino solo mele), i respiriani (vivono d’aria?), i realiani. Le squadre sono tante ma non riusciranno mai a battere i carnivori. Sul fronte etico sembrerebbero vincere i “non carnivori”, sappiamo bene quanto siano maltrattati e sfruttati gli animali destinati ad attraversare il  nostro intestino. E ammetto che anche il mio spiritello si commuove – dove per spiritello intendo la parte più superficiale dello spirito, come la schiuma di un mare profondo e nero – ma la commozione dura fino a che mi trovo un bistecca fumante nel piatto. La questione, in effetti, è più complicata e affonda le radici nelle profondità più oscure dello spirito umano, in ultima analisi nell’antica pratica del sacrificio.

Nessuno avrebbe dubbi nella scelta tra una  zucca, anche ben condita, e un pâté di fegato d‘oca, tanto per prendere i primi esempi che mi vengono in mente. Vince l’oca. Oca vs Zucca 1-0. Ma la vittoria supera di gran lunga questo che è il confronto più elementare della lotta di valori.  Il fegato d’oca – ancora di più con il suo nome francese, fois gras, che lo rende quasi etereo, puro – è vero, è più buono.  Ma il fegato d’oca non è solo buono e saporitissimo, come quasi tutti i cibi grassi, ha pure tanto da insegnare sull’uomo. Non è per nulla puro né etereo. Il suo equivalente umano è il fegato di un grassone affetto da steatosi epatica, malattia del fegato causata dall’accumulo indiscriminato di trigliceridi. La differenza è che l’obeso può decidere se mangiare a dismisura o andare dal dietologo e magari farsi un intervento di liposuzione, l’oca viene coattivamente ingozzata di carboidrati attraverso un tubo lungo cinque pollici ficcato in gola fino a che il suo fegato non diventa fino a dieci volte più grande delle dimensioni normali. Un fegato che un veterinario giudicherebbe malato. Così il fois gras diventa ricco e burroso. E batte la zucca, ovviamente. 

Non è difficile vederci dentro il concetto di sacrificio. René Girard osserva come il concetto di sacro sia legato alla violenza, come il sacrificio sia importante nella storia dell’umanità. E nel caso della nostra povera oca – chiamiamola Adelina, così diventa più viva e magari gli animalisti si incazzano – si tratta pur sempre di un sacrificio, in nome non di Dio, né per dirla con Girard, di una operazione di transfert collettivo che si effettua a spese della vittima e che investe le tensioni interne, risolvendole, ma di un sacrificio per il piacere. È un nuovo sacro, ma la violenza è sempre quella. Molti, moltissimi sanno che Dio non c’è, anche tra coloro che sono prezzolati tra le sue milizie. E allora cosa fanno? Sacrificano non per il dopodomani, nemmeno per il domani, ma per l’oggi, l’hic et nunc. Il piacere è l’ultimo degli Dei, l’unico che risponde alle preghierine senza ritardi postali. Come tutti gli altri Dei, però, ha bisogno di sacrificio. Tutto ciò che è sacrificio, frutto di sofferenza, è sempre stato prediletto dall’uomo. La zucca non ha un’anima, non soffre, non quanto l’oca con il suo cannone spara-carboidrati da cinque pollici giù per la gola. La soffrenza ha sempre eccitato i gangli più nascosti della mente umana. Sempre il solito Girard: nel sacrificio rituale la vittima realmente immolata svia la violenza dai suoi oggetti naturali che si trovano all’interno della comunità. Ma a chi è sostituita questa vittima?

Sostituisce se stesso. L’uomo si odia in fondo. Odia la sua natura peritura. Il suo marcire continuo. E sacrifica Adelina, e in ultima istanza se stesso. Vuole morire malato, non sano, dopo essersi drogato di piacere a qualsiasi costo. Amen. 

Posted in: Filosofeggiando

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