Francesco, staccati dalla poltiglia di rumore bianco

By Pietropaolo Morrone on 31 agosto 2016 — 1 min read

Da qualche tempo a questa parte, alla Feltrinelli si possono trovare dei libri con degli adesivi appicicati. Si tratta dei testi consigliati dai librai. Bello, ho pensato. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata di cercare la motivazione per cui il tal libraio avesse consigliato quel tal libro. Ho rovistato all’interno del libro per trovare una traccia, un semplice pezzo di carta con la motivazione. E dov’era la motivazione? Non c’era. Mi sono domandato che senso ha consigliare un libro senza spiegarne la ragione. Un libro si completa nel lettore e anche il lettore deve prendersi la sua parte di lavoro se intende consigliarlo a qualcun altro1. Mica puoi cavartela così, caro Francesco, col tuo nome, scritto con la penna a sfera. Come se vedendo una calligrafia umana in un mondo dominato dalla tipografia digitale, le corde dell’anima dell’avventore dovessero per necessità vibrare e indurlo a comprare il libro. Una riga, caro libraio. Bastava una sola riga perché quella vibrazione, quella frequenza si staccasse dalla poltiglia di rumore bianco. Mettici qualcosa di tuo, caro Francesco, non solo la colla per appiccicare il tuo nome, che di Franceschi ce ne sono parecchi in giro. Ma forse, più semplicemente, Mister Feltrinelli ti ha imposto di appiccicare gli adesivi per questioni di marketing, e tu devi arrivare alla fine del mese e attacchi l’adesivo al primo libro che ti capita perché c’è tanto da fare in libreria, tra resi, nuovi acquisti, organizzazione di presentazioni, clienti difficili, come me, perché la prossima volta te la chiederò la motivazione. Preparati, Francesco…

  1. Potrebbe esserci una buona ragione pure per consigliare la lettura del Mein Kampf, ma se non la dai, passi per nazista o per uno a cui piacciono i duri suoni del tedesco.
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  • Già Paolo, consigliami un libro – a parte il tuo, il prossimo… di quelli che ti lasciano una scia chimica dentro, di quelli che ti chiamano (e non sono neppure tra le novità) dallo scaffale, che appena leggi una frase a caso senti e sai già che sarà amore. Ho la mia pila di libri non letti che mi aspetta pazientemente – come la chiamano i giapponesi? tsundoku, mi pare – ma non mi attira nessuno di loro.

    • È una parola interessante tsundoku! Sono un compratore compulsivo di libri. La velocità di lettura non è certamente paragonabile alla velocità con cui i libri si possono accumulare però, come dice Umberto Eco in una delle sue Bustine di Minerva, possederli, sfogliacchiarli, sentirli trasmette qualcosa del loro contenuto per osmosi… Ti posso consigliare due libri molto distanti tra loro. Non so se li conosci già. Si tratta di “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg e “Cecità” di Saramago. Il secondo è una metafora potente della cecità dell’uomo, dalle molteplici forme, e che è rappresentata dall’autore in una epidemia di cecità, nel senso letterale del termine. La peste di Camus rappresentava il male, che in quei tempi era rappresentato dal mostro del Nazismo. Cecità è una specie di generalizzazione e allo stesso tempo un cambio di punto di vista. Il male non è uno, sono tanti, e la cecità dell’uomo li nutre.
      Il primo, “Lessico famigliare” è la storia di una famiglia condita dalla lingua propria dei suoi componenti, un misto di forme dialettali e di dilatazioni dei significati che sono proprie di ciascuna famiglia. Chi non usa un termine, una frase, una locuzione con uno speciale significato, legato magari a un episodio o a un personaggio del passato o del presente? Ogni famiglia ha una sua propria lingua. “[…] Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assirobabilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti piú diversi della terra».
      La storia di “Lessico famigliare” è una storia autobiografica che si snocciola attraverso un lungo e difficile periodo della storia d’Italia. La fondazione della casa editrice Einaudi, personaggi come Olivetti, Turati, Cesare Pavese, gravitano intorno a questa famiglia.

      • Grazie dei tuoi suggerimenti, Paolo. Conosco la grandezza degli autori che mi consigli, soprattutto di Ginzburg, un libro imperdibile. Non li ho letti (ne ho in sospeso nella pila) come altri, del resto. Sono attratta a volte da trame contemporanee, dimenticando che il passato storico, sociale, personale va attraversato, anche con la lettura, per comprendere il presente e progettare il futuro. Non garantisco una lettura compulsiva, anzi l’ossessione nel mio caso può sprofondare nella pigrizia, ma ti comunicherò le mie impressioni appena possibile. Va da sé che stai leggendo Rumore bianco, adesso?

        • No, è nella mia pila 🙂 Ho appena letto “Il soccombente” di Thomas Bernhard, un libro incredibilmente ossessivo. È come entrare nella testa di una persona ossessionata dal senso di fallimento. Una lettura non facile da portare fino alla fine 🙂 E sto leggendo Pastorale americana, sono quasi alla fine. Potrei consigliartelo, è molto bello. Da quello che mi dici potrebbe interessarti.
          Accetto volentieri un tuo consiglio su un libro che ti ha illuminata o magari semplicemente divertita.

          • Ciao, ci ho messo un po’ a rispondere – le mie letture mi sembravano così personali… al punto di non essere interessanti :-)! Ci ho ripensato ed eccomi qui. Inizio dall’ironico-divertente, il più difficile da scegliere, uno dei pochi che possiedo (mi sa che il mio spirito rifiuta un libro se viene presentato come  comico): “È così che la perdi” di Junot Díaz. Si parla di relazioni e di vita quotidiana, di passato e presente di un traditore seriale “giovane” che tiene pure una madre, un problema di salute in famiglia, un passato complesso e un presente sopra le righe. Sì, ho riso, sorriso e non solo. Poi uno degli ultimi che ho letto: “La morte della Pizia”  di Friedrich Dürrenmatt, se ti piace il classico di base ma con tanta ironia reinventata a piacere (e anche qui, a pensarci bene, il sorriso ci sta eccome). Passando agli illuminanti, come hai giustamente detto tu, l’antico ma bellissimo “Il mondo estremo” di Christoph Ransmayr, base classica con un lavoro sui miti più elaborato e diversificato, direi. E, l’ultimo ma non ultimo che mi è rimasto nel cuore, “Come pietre nel fiume” di Ursula Hegi, storia di una bambina affetta da nanismo che diventa donna nella Germania nazista.
            P.s. Di  Roth possiedo più libri ma non quello che stai leggendo.  Lo sapevo che era bello…vedremo se ce la faccio, leggere spesso diventa un’impresa altro che cavalieri!:-)
            Buona serata e buona lettura.

e per finire…

Il difficile non è scrivere, ma riscrivere, smembrare, sbudellare un testo e rimetterlo insieme in modo che diventi più vivo di prima. Se hai qualcosa da dirmi contattami via email. © PIETROPAOLO MORRONE — tutti i diritti riservati