Flash mob

By Pietropaolo Morrone on 23 ottobre 2016 — 2 mins read


Crowd, scultura in ceramica di Ronit Baranga, 2010

Ti prego, fa che il tempo si fermi, fa che le persone restino immobili come statue di cera, per sempre.

L’ho sempre sognato e poi è successo davvero. Sono così eccitato. Che c’è di meglio che vedere il mondo fermo ai tuoi piedi? Poter prendere a schiaffi la gente che ti sta sulle palle, come quel tizio appoggiato allo sportello della BMW Cabrio, immobilizzato in quell’espressione di superiorità (sono convinto che dentro a quelle scarpe di lusso, le dita dei piedi sono sudicie e le unghie ricoperte di tartaro nero). E poi potrei spogliare quella bella ragazza. È rimasta congelata regalando un sorriso a un qualche fortunato che si trova dall’altra parte del telefono. È bello pensare che il sorriso me lo godo io e non lui e che me lo potrò godere per chissà quanto tempo. Potrò venire qui ogni giorno a vedere miss sorriso.

Passeggio tra le statue di carne. Urto il braccio di una signora. Tutta la sua figura oscilla per qualche istante prima di ritornare nella stessa posizione di prima. Le chiedo scusa. Dò un calcio a una lattina. Saltellando va a fermarsi davanti alle zampe di un cane sporco e spelacchiato. Sembra l’unico rumore in tutto l’universo. Mi vengono in mente le statue di cera che ho visto una volta da bambino. Sarà difficile abituarsi a questo silenzio, anche il rumore dei miei passi sembra l’eco di un ricordo. Eppure, ora che potrei fare ciò che voglio di miss sorriso, o di quell’altro gruppetto di ragazze laggiù, me ne sto qui a guardare. Sono come immobile anch’io. Mi domando di continuo: e se questa condizione fosse definitiva? E se gli anni passassero così, uno dopo l’altro, mentre io me ne sto a danzare tra queste statue di cera? E se fossi solo io ad invecchiare? Sarò l’unico scheletro tra statue di carne. Ma forse tra loro c’è qualcuno che sta pensando le stesse cose. Magari c’è qualcuno che è rimasto immobilizzato come me. Raccolgo la lattina. La butto a terra e la prendo a calci, dribblo un paio di statue di cera organica. Mi fermo. Penso che forse dovrei trovare altre lattine. Magari anche dei sonagli. Riprendo a dribblare gli uomini di cera. Corro passando la lattina da un piede all’altro come un fuoriclasse. Il rumore metallico mi eccita. Urlo. Voglio correre finché non ne trovo delle altre o finché non crollo a terra stremato. Dovrò avere qualcosa da calciare tra un sonno e un altro. È meglio che mi fermi, sono già stanco. A lato c’è una casa con la porta aperta. C’è un uomo con la valigia in mano, testa bassa, stava per fare un altro passo col piede sinistro. Forse non lo farà mai. Entro in casa, in questa casa di nessuno, ormai, devo pisciare. Mi sbottono e la faccio sul tappeto. Dall’altra parte del tappeto c’è un bambino, una donna piegata, che sta infilando qualcosa nello zainetto del bambino. È un panino. Mi riabbottono, lo prendo e lo mangio masticando a bocca aperta. Accarezzo un ciuffo biondo della donna. È morbido. Non è rigido come tutto il resto. È molto più della somma di quei singoli capelli sottili. È un corpo unico, flessuoso, sembra vivere tra le mie dita. Ho deciso. Questa sarà la mia casa. Almeno per ora. Suo marito non avrà nulla in contrario. Mi piacciono i capelli morbidi di questa donna. È ora di cercare un letto. Spero avrà avuto il tempo di rassettarlo per me.

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e per finire…

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