Emi Crania

By Pietropaolo Morrone on 4 dicembre 2016 — 4 mins read

Falling sketch, by claralieu.deviantart.com

Emi Crania
di Pietropaolo Morrone

È capitato pure stanotte. Non l’avrei voluto, ma ho passato tutta la notte con lui. Il problema è che è difficile abituarsi a un dolore senza causa. Cioè, è come avere il naso rotto senza nessuno che ti ha dato un pugno. E poi, passare tutta la notte con questo dolore. Mi chiedo, e che diamine, non potrebbe succedere l’opposto? E cioè una malattia che ti fa sentire piacere senza causa. Passare giornate intere con un piacere intenso e immotivato… sentire il piacere di un abbraccio, di un bacio, di un orgasmo anche quando si è soli. Sarebbe come fare un rewind delle belle esperienze già fatte. Un rewind di esperienze piacevoli, che bella invenzione! Ah, sono nata nel secolo sbagliato. Ma è inutile trivellarsi il cervello più di quanto non lo sia già.
Appena alzata ho deciso di guardarmi allo specchio, tanto per vedere quanto fossi brutta dopo una notte insonne. E poi, naturalmente, per stimare la quantità di fondotinta da usare. I capelli erano orribili, più crespi del solito. Ehi, Emi, devi prendere provvedimenti, mi sono detta. Così ci ho passato le mani sopra, come per trovare il bandolo di una matassa infinita. Dovevo prendere provvedimenti. E così l’ho visto, prima ancora di scegliere se sistemare i capelli con un cappellino o un ferretto. Mio padre faceva il carpentiere e ne piantava a bizzeffe. Chiodi da dieci, da dodici, rivetti in acciaio temprato, conosco tutti i termini tecnici, potrei passare per una professionista.
Spuntava dalla fronte come un fungo. Incredibile, com’è possibile che non l’avessi mai notato prima? La punta del chiodo doveva essere arrivata al centro del cervello, mi sentivo così stordita e, come dire… annebbiata. Però almeno avevo trovato la causa del male. Ma vedi tu, un enorme chiodo opaco. Bastava estrarlo. Mio padre è morto, così ho deciso di andare dal ferramenta che sta sotto casa. Avevo pensato di andare direttamente al pronto soccorso, ma con i tempi medi di attesa non ce l’avrei fatta per la sera. Volevo uscire con i miei amici, non potevo lasciare che il tarlo del mal di testa mi condizionasse pure quella sera. E quindi l’unica soluzione era il ferramenta sotto casa. Di chiodi ne doveva pur capire. E così sono uscita.
Non c’era nessuno, a parte il titolare e un commesso annoiato, che si rigirava i suoi grossi pollici.

— Salve —. Mi aspettavo che sgranassero gli occhi, e magari dicessero:
— Mio Dio, signorina Emi, ma che cosa le è capitato? — E invece nulla, solo uno svogliato — Uhe’ signori’, che vi serve? — Ma come che vi serve? Non vedete che ho in testa? Non è mica un ferretto per capelli. Me lo dovete togliere, per favore, ché mi fa tanto male. Voi siete del mestiere o no? —. I due si sono guardati per qualche secondo, accartocciando la fronte. Forse si erano finalmente resi conto che la cosa era grave.
— Eh, signori’, come dite voi, il cliente ha sempre ragione. —. Così mi sono avvicinata.
— Ma non prendete una tranciatrice o almeno una tenaglia? —. Il commesso avvicina le due mani enormi alla mia testa. Io chiudo gli occhi. Li strizzo in una smorfia di dolorosa attesa. Ed ecco che mi sento la testa più leggera. Mi passo le mani sulla fronte e niente, non sento nessuna protuberanza, nessun chiodo.
— Doveva essere stretto, signori’, — e sorridendo mi porge, sorridendo, il cappellino. È come se mi fossi svegliata da uno strano sogno, uno di quelli che non è né un incubo né un sogno piacevole. Cavolo, non ci avevo mai pensato, non c’è una parola per definire un sogno piacevole, mentre ce n’è una per definire quelli brutti, appunto incubo. Ho alzato la testa, un paio di sorrisetti a denti stretti e sono uscita a fare shopping. Beh, il mal di testa mi ha seguita. È tenace, vuole stare con me a tutti i costi. E che ci stia! Io non sono lui, lui non è me. Io sono io.
L’arietta fresca del corso mi rallegra un po’. Ah ecco, mmmh, guarda che meravigliose scarpette! Scusatemi tanto, ora entro nel negozio, stamattina devo pensare ai miei piedi.

 

Ho scritto questo piccolo racconto in occasione di una conferenza sull’emicrania, intitolata “Storie di ordinaria emicrania”, tenutasi a Cosenza il 13 Maggio presso la libreria Ubik. Dedico il racconto alla mia amica Daniela De Salvo che, suo malgrado (perché lei è emicranica e non io!), mi ha fatto entrare nel mondo misconosciuto di questo problema. È un problema poco conosciuto in Italia. Per noi è poco più di una scusa. “Ho l’emicrania”, diciamo spesso per sfuggire a un appuntamento. In realtà è una malattia neurologica cronica e in molti paesi è riconosciuta come invalidante. Provate ad immaginare se accadesse in Italia: tutti diventerebbero emicranici e i medici non basterebbero per scrivere i fiumi di ricette false che ne seguirebbero…

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  • Quale desolata coincidenza la tua storia con la mia. Come la tua protagonista, come un’ancora, il dolore fluttua e segue i miei movimenti. Pare, improvvisamente, abbandonarmi per poi ritornare al suo strappo doloroso. Onde di mare, onde di male.
    Paolo, grazie per aver compreso, per averlo scritto.

      • Sì. Anche se non ho veri e attacchi posso definirmi comunque esperta del problema.
        Lo sei anche tu, Paolo. La tua capacità di scrivere su argomenti insoliti, particolari, riesce quasi a far percepire il dolore attraverso le parole.
        Quando scrivevi della malattia che non dà mai alcun piacere, mi è venuto in mente l’episodio narrato da Oliver Sacks dell’arzilla novantenne che, in tarda età, a seguito di una recidiva di una malattia sifilitica contratta negli anni giovanili, provava un’intensa eccitazione che si rifletteva in comportamenti sconvenienti. La terapia antibiotica per sopprimere il bacillo fu regolata, su sua richiesta, in modo tale da consentirle di conservare, nel contempo, quell’inaspettato stato di benessere. Più piacere di così! 🙂

e per finire…

Il difficile non è scrivere, ma riscrivere, smembrare, sbudellare un testo e rimetterlo insieme in modo che diventi più vivo di prima. Se hai qualcosa da dirmi contattami via email. © PIETROPAOLO MORRONE — tutti i diritti riservati