Due racconti “uguali”

By Pietropaolo Morrone on 17 settembre 2016 — 5 mins read

Quando due autori pervengono, in un racconto, a uno stesso finale, due sole sono le possibilità: o uno ha copiato l’altro, oppure hanno pescato un qualche elemento universale dell’umano sentire, sono sintomo di una qualche malattia dell’uomo, non autore singolo, ma super-essere portatore di millenni di storia e paure.
Vi propongo di leggere questi due racconti brevissimi (in versione ridotta), uno di Thomas Bernhard, l’altro di Heinrich Böll e poi di tirare fuori insieme una conclusione.

L’uomo che ride, Heinrich Böll, Racconti umoristici e satirici

Quando mi interrogano sulla mia professione […] sono costretto a rispondere a queste domande: rido. Un’ammissione simile ne richiede altre, perché anche alla seconda domanda “Vive di questo Lei?” devo rispondere “sì”; il che risponde al vero. Vivo realmente del mio riso e vivo bene perché il mio riso, per esprimersi commercialmente, è richiesto. Rido bene, ho imparato a ridere, nessun altro ride come me, nessuno conosce come me le sfumature di quest’arte […] Non sono né un clown, né un comico, non rallegro l’umanità, ma rappresento l’allegria […] L’ho semplicemente imparato, così come si impara a risuolare le scarpe […] Sono diventato indispensabile, rido su dischi, su nastri magnetici e i registi dei radiodrammi mi trattano con riguardo. Rido melanconicamente, con misura, istericamente – rido come un controllore del tram o come un apprendista nel negozio di generi alimentari: come si ride la mattina, la sera, di notte e al crepuscolo, in breve: dovunque e quando ci sia da ridere, io rido. Mi si crederà, se dico che una tale professione è faticosa tanto più – è la mia specialità – che so fare anche il riso contagioso: sono così diventato indispensabile anche ai comici di terzo e quart’ordine che, a ragione, tremano per la loro battuta e quasi ogni sera vado in giro per i variétés […] Ciascuno capirà che dopo il lavoro – o in vacanza – ho poca voglia di ridere. Il contadino che munge è felice quando può dimenticare la mucca, il muratore è soddisfatto quando può lasciar stare la calcina e i falegnami a casa hanno per lo più porte che non funzionano o cassetti che si aprono solo a fatica. I pasticcieri amano i cetrioli sott’aceto, i macellai il marzapane e il fornaio preferisce al pane la salsiccia: i toreri amano le colombe e i pugili diventano pallidi quando ai loro bambini viene il sangue dal naso. Capisco tutto perché dopo il lavoro io non rido mai. Sono una persona terribilmente seria e la gente – forse a ragione – mi considera un pessimista. Nei primi anni di matrimonio mia moglie mi diceva spesso: “Su, ma ridi un po’” ma nel frattempo ha capito che non posso esaudire il suo desiderio. Sono felice quando posso distendere gli affaticati muscoli del mio viso o il mio animo malconcio, con una profonda serietà. Sì, anche il riso degli altri mi rende nervoso perché mi ricorda la mia professione. Così il nostro matrimonio è quieto e tranquillo perché anche mia moglie ha disimparato a ridere; di quando in quando la sorprendo a sorridere e allora sorrido anch’io. Insieme, parliamo piano perché io odio il rumore dei variétés, odio il chiasso che può esserci negli studi di registrazione. Persone che non mi conoscono mi considerano di carattere chiuso. Forse lo sono perché troppo spesso devo aprire la bocca al riso. Con un viso immobile passo attraverso la mia vita; mi permetto di tanto in tanto un pallido sorriso e penso spesso se abbia mai riso. Credo di no. I miei fratelli raccontano che io sono stato sempre un ragazzino serio. Così rido in tante maniere, ma il riso mio, non lo conosco.


L’imitatore di voci, da “L’imitatore di voci”, Thomas Bernhard

L’imitatore di voci che ieri sera è stato ospite della Società di Chirurgia si era dichiarato disposto, dopo lo spettacolo a Palazzo Pallavicini al quale la Società di Chirurgia l’aveva invitato, a venire con noi sul Kahlenberg per dare anche lì, dove noi abbiamo sempre una casa aperta a tutti gli artisti, una dimostrazione della sua arte
[…] noi l’avevamo pregato di non ripetersi sul Kahlenberg, ma di presentarci invece qualcosa di completamente diverso da quello che aveva fatto per la Società di Chirurgia, ossia di imitare voci completamente diverse da quelle di Palazzo Pallavicini, e lui, che col programma presentato a Palazzo Pallavicini ci aveva entusiasmato, ce l’aveva promesso. Per noi, sul Kahlenberg, l’imitatore di voci ha effettivamente imitato altre voci, più o meno celebri, completamente diverse da quelle imitate per la Società di Chirurgia. Abbiamo anche potuto esprimere dei desideri, e l’imitatore di voci ci ha accontentati con la massima premura. Quando però gli abbiamo fatto la proposta di chiudere il programma imitando la propria voce, lui ha detto che non ne era capace.


Può darsi che l’uomo che ride e l’imitatore di voci, a forza di specchiare le miserie umane, hanno perso cognizione della loro sostanza.
L’uomo che ride non ha più la capacità di ridere né di riconoscere il proprio riso. «Cosa c’è in fondo al ridicolo? Che cosa avrebbero in comune la smorfia di un pagliaccio, un gioco di parole, il quiproquo di un vaudeville, una scena di fine commedia?», si domandava Bergson nel suo famoso saggio sul riso1. Senza nessuna ambizione di addentrarci in questa questione filosofica, nella sfera più limitata dei nostri interessi, vogliamo sottolineare solo l’aspetto “umano” del riso, unicum in natura: a forza di praticarla, l’uomo che ride ha perduto la sua umanità, il suo essere sé stesso. Dall’altra parte, la sindrome dell’imitatore di voci è più artificiale, astratta, ma connessa con il riso: chi imita fa spettacolo, vuole intrattenere, far ridere; e lui, a forza di imitare, ha perso la capacità di essere sé stesso.
Tirando le somme, la somiglianza dei finali potrebbe essere sintomo di una malattia dello spirito, umana, troppo umana, la paura, in questo modo pieno di catene, la paura di non poter essere sé stessi, di non avere il tempo di farlo, la necessità di sopravvivere barattando il proprio tempo, la gente con cui si è costretti a condividere il proprio spazio vitale, spesso anche la famiglia e i figli.

  1. Il riso. Saggio sul significato del comico, Rizzoli, 1961
Posted in: Cultura

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