Chiusi forzatamente in un cesso. Una storia vera – diario di uno stitico cronico

Ci svegliamo ogni giorno, mangiamo, beviamo ed evacuiamo, dormiamo e poi ci risvegliamo, per un nuovo ciclo… Diamo per scontate queste semplici attività, ma lo sono davvero?
Un libro divertente, ironico, perfetto da leggere alla mattina, seduti comodamente in bagno.

Il libro è disponibile in ebook e in formato cartaceo. Lo puoi trovare qui…

 

L’Illustrazione per la copertina del libro è di Dark0

Ecco un’anteprima del libro:

Capitolo 1
Due settimane fa pesavo quattordici chili di meno. Ero in forma secondo tutti i criteri: l’indice di massa corporea, le formule di Broca, di Bernhard e tutte quelle altre cazzate che si sono inventati i dietologi, o chi per loro.
Con oggi sono quattordici volte che ci provo. Ogni mattina, puntuale, prima di andare a lavorare, mi siedo sulla tazza alle sette in punto, come mi dice sempre mia mamma. Per lei è meglio sedersi allo stesso orario, così il colon si abitua. E così me ne sto buono e aspetto, aspetto… ma nulla. Ieri ho pensato bene di andare dal mio medico. Il problema è che non mi ha creduto, non ci crede proprio che non vado di corpo da così tanto.
— Sì, è vero, la trovo parecchio ingrassata rispetto all’ultima volta che l’ho visitata. Mi stia a sentire, deve mettersi a dieta. Se vuole, la posso mettere in contatto con un bravo specialista —. Questo mi ha detto, non una parola di più. È sempre stato così, molto sbrigativo nelle visite. Così mi sono agitato, ho iniziato a sudare, il mio cuore ha preso a rullare come un tamburo. È terribile non essere creduti, è una cosa che fa sentire soli, soprattutto quando è la pura verità. Se solo il mio cesso potesse parlare!
Ho cercato di spiegare la situazione come meglio potevo. Ho detto al dottore che nell’intestino dovevo avere almeno quattordici chili di feci non espulse. Ottantaquattro meno settanta. Sono sempre stato infallibile in aritmetica. Mi ha guardato per qualche secondo, con gli occhi a palla. Ha capito che non poteva cavarsela così velocemente. Mi ha chiesto di togliermi la maglietta e di sdraiarmi sul lettino. Ha cominciato a palparmi la pancia come fa il veterinario quando visita Polpetta, il mio gatto. Mi guardava con la fronte accartocciata. Le sue dita tozze, con quei pollici schiacciati, affondavano nella mia carne. Ha continuato per un po’, poi ha detto che era tutto regolare, anzi perfetto. Non poteva essere. Mi sono messo a piangere come un bambino. Parlavo a monosillabi, soffocati dai singhiozzi. Gli ho detto che, oltre a prendere un chilo al giorno, non riuscivo più neanche a dormire, così mi ha promesso che l’indomani, cioè oggi, mi avrebbe fatto un clistere. Mi sarei convinto che non c’era niente che non andava. Si vedeva che gli facevo pena. Comunque mi sembrava un’ottima idea, ero sicuro che si sarebbe dovuto ricredere e avrebbe dovuto approfondire la faccenda. Mi sono sentito improvvisamente meglio, ho smesso di piangere, ho pensato che sì, doveva trattarsi di un caso raro di difficoltà di evacuazione. Gli ho domandato che tipo di patologie erano contemplate dalla medicina. Il dottore ha parlato così di un suo vecchio paziente che aveva un fecaloma ostruttivo traumatizzante, parole che solo a sentirle fanno tremare le palle. Ha aggiunto, però, che non poteva essere il mio caso. Non ho approfondito. Ero, comunque, sicuro che il clistere mi avrebbe liberato. Del resto, il mio culo era a posto. Facevo aria perfettamente. L’impianto, quindi, doveva funzionare a dovere: aria o altro, non doveva cambiare molto, la massa è sempre massa, è un principio universale.
Mi sentivo sollevato, ho dormito come un sasso, per la prima volta dopo due settimane. Stamattina sono andato nello studio del dottore con un anticipo di mezz’ora, per l’eccitazione, fiducioso, nonostante l’idea di quella pompetta che di lì a breve mi sarebbe entrata dentro.
Glu, glu, glu…
A un tratto, la soluzione lassativa ha cominciato a sgorgare nella bacinella, come una cascata.
— Signor Bianchi, è come le avevo detto, non c’è nulla, è chiaro come il sole che lei va di corpo regolarmente —. Non potevo crederci. Non era possibile. Non avevo scorie in corpo. Nei cinque metri di intestino non c’era traccia di quel fecaloma. Eppure, avevo mangiato molto negli ultimi giorni, più per nervosismo che per reale bisogno.
— Dottore, io non caco da due settimane. Me ne ricorderei se andassi di corpo, non le pare?
— Signor Bianchi, ha potuto toccare con mano che non sono presenti tracce di feci nel suo corpo.
— Allora si trasformano in carne, altrimenti non si spiega. Non potrebbe essere una nuova malattia? Del resto, quando viene fuori una nuova malattia, qualcuno ci deve pure incappare per la prima volta, o no?
— Signor Bianchi, lei ha bisogno di un altro tipo di specialista.
— Facciamo così, dottore. Venga a casa mia per una settimana e controlli se riesco a cacare o no —. Faceva segno di sì e contemporaneamente mi spingeva verso la porta, avanzando, secondo il vecchio adagio “i pazzi vanno assecondati”. Voleva che andassi fuori dai coglioni, ma senza scenate. In quel momento ho capito che non avrei cavato un ragno da un buco, così me ne sono andato senza fare tante storie.
… Guardo l’orologio di continuo.
È l’ora di cena. Un pensiero mi disturba. Nel giro di un anno raggiungerò il peso di un elefante africano o di un mammut, sempre se non esploderò prima. C’è solo una soluzione, anche se comporta parecchi rischi.
“… Il cliente chiamato non è al momento raggiungibile”.
Quando mi serve non c’è mai quell’imbecille. Quando lui ha un problema, invece, io ci sono sempre. Mi sento pesante, sfiancato e ho un sacco di cose da fare. Ho l’appartamento che è un casino, anzi un porcile. Sono debilitato, devo buttare una montagna di spazzatura accumulata, oltre a questo divano da quattro soldi che occupa metà di questo buco. Devo sostituirlo con una poltrona. Non mi è rimasta una birra in casa, non ce la faccio a uscire e prendere una cassa da solo. E poi, soprattutto, devo rapire il medico, mica posso fare tutto da solo. Mi serve Carlo. Con la forza che ha, il divano lo può prendere da solo. E poi, con lui, la faccenda del rapimento dovrebbe essere facile. Il dottore abita da solo, andiamo a casa sua, lo preleviamo e lo portiamo qua da me. Ovviamente, il lavoro sporco lo fa Carlo, io supervisiono. È un’idea geniale, costringerò il medico a stare con me per una settimana di seguito, nel cesso, così si renderà conto del mio problema. Solo così sarà motivato a trovare una cura […]