chetti

By Pietropaolo Morrone on 22 settembre 2016 — 3 mins read

chetti

di Pietropaolo Morrone

chetti, chetti, giorni fa ti avevo scritto per comunicarti la mia intenzione di farmi saltare il cervello. Tu, naturalmente, non hai risposto. È che ho questo maledetto vizio di interpretare i segni, le parole (quando ci sono), altrimenti quello che resta, i gesti, le pieghe della pelle del tuo viso, quando si condensano intorno ai tuoi occhi o alla bocca, e poi i tuoi sospiri densi di vapore caldo, i tuoi sapori, gli odori. Sì, gli odori: era interpretando i tuoi odori che sapevo quando potevo leccarla e quando no, quando l’odore delle stille del tuo piacere veniva inabissato dalla mia voglia di te o quando era troppo pungente e acido e dovevo fingere un’emicrania. Di questo mi scuso, chetti, chetti, perché ho il difetto di avere il naso troppo vicino alla lingua. Ora non mi restano più le parole da interpretare, gli odori acri e quelli dolci, ma solo i silenzi, il vuoto dei miei ricordi di fumo. E io, già ai tempi della scuola, avevo sentito dire che chi tace vuole dire di sì, e secondo questa interpretazione, il tuo silenzio dovrebbe significare che per te dovrei portare a termine il mio proposito di farmi saltare il cervello; ma secondo un’altra interpretazione, in verità da dopolavoro ferroviario, la donna, se dice sì, cioè nel mio caso non dice niente ma intende sì, allora in realtà vuole dire no; e se questo è il caso, allora forse non vuoi che mi faccia saltare il cervello; potrebbe essere questo il tuo modo di mostrarmi che tieni ancora a me. Oh, chetti, chetti, ho di nuovo l’emicrania, e stavolta non è una scusa: colpa di questi strati intepretativi, come zolle pesanti, scosse in direzioni opposte dai bollori che gorgogliano nella mia carne molle, sono questi rotismi che girano senza perdita né guadagno e che mi arrestano in una immobilità inerte, una immobilità nel moto e che per questo mi consuma.

chetti, chetti, lo senti come questo suono è tagliente? È come il rasoio che mi pianto ogni giorno nelle braccia. Se potessi guardare quante cicatrici… ma non ti allarmare, ora non sanguinano più, hanno preso l’abitudine ad essere penetrate le mie braccia, la lama si bagna nel mio sangue caldo come il remo di una barca solitaria. Come te, chetti, chetti che dopo la prima volta non sanguinasti più. Quel piacere di essere stato il primo esploratore! Ora, purtroppo, il piacere della lama si è affievolito, e già muore come un orgasmo, nel nulla dell’inconsistenza dell’essere. Perché si comincia così, chetti, dalla masturbazione, pensandoti, tra le coperte, pensandoti intensamente; e poi la masturbazione non basta più e poi è l’ora dei legacci, mi ricordano quando legavo te, e ora li uso fino quasi a strozzarmi, per sentire quello che sentivi tu; e poi, quando legarmi non basta più, allora è il turno dei rasoi, per bucherellarmi dove c’è ancora rimasto del sangue. E poi, quando anche il rasoio diventa sterile, c’è la canna del fucile a canne mozze di mio padre, un surrogato del mio membro solitario. Pensaci un attimo: una eiaculazione di polvere da sparo scintillante e di grumaglie di materia grigia molliccia. Peccato non poter vedere lo spettacolo, magari seduto sul divano a mangiare patate fritte come facevamo io e te, ai bei tempi.
chetti, chetti, quando il sì e il no collassano in uno gnocco di inerte indeterminazione, non resta che l’arbitrio. E io ho scelto. Ho scelto di pagare qualcuno fidato per farti recapitare questa lettera in accompagnamento a un’urna con la polvere delle mie cervella. È giusto così, è meglio che la tenga tu. Se rovisti in quella poltiglia affumicata troverai i miei bollori, i miei pensieri più osceni, e ci giocherai, leggerai tutto quello che non ti ho mai detto, tutto quello che ho visto, la prima volta che ci siamo conosciuti, la sensazione del calore della mia mano che abbandonava il mio corpo per essere risucchiato nel gelo della tua manina; in quel momento hai cominciato a uccidermi.
Mi piace pensare che inumidirai, infine, le tue dita sottili nella melma collosa dei miei pensieri e li assaggerai e ti toccherai e poi verrai. Ah… chetti, chetti, finalmente sono tutto tuo.

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  • Sorprendente. Ho immaginato quello che non hai descritto e gli scenari possibili, anche quelli negativi.
    I tuoi racconti sono così, differenti, unici…come questo giorno.
    Auguri, Paolo, e se fosse un numero tondo auguri alla quarta potenza 😉

e per finire…

Il difficile non è scrivere, ma riscrivere, smembrare, sbudellare un testo e rimetterlo insieme in modo che diventi più vivo di prima. Se hai qualcosa da dirmi contattami via email. © PIETROPAOLO MORRONE — tutti i diritti riservati