Cani

By Pietropaolo Morrone on 26 agosto 2018 — 2 mins read

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Non capita spesso di vedere un uomo giovane, dico tra i trenta e i quaranta, sdentato. Intendo non completamente sdentato come può esserlo in vecchio senza dentiera ma con ancora qualche dente che puntella le gengive. Parla con un tale e le labbra certe volte scoprono un paio di denti laterali. Quando ascolta fa segno di sì con la testa e le labbra sono come risucchiate all’interno del corpo. Per istinto, mi passo il dito sull’arcata superiore. Il polpastrello diventa il negativo delle lame degli incisivi, delle punte dei canini, arrotondate dai masticamenti notturni, segue le creste e le valli dei molari, dei premolari, salta nel vuoto lasciato da un dente devitalizzato male e che è esploso anni fa. Doveva succedere spesso in altri tempi. Vedere giovani senza denti tra le strade puzzolenti di merda di gallina e di cavoli bolliti. Era un segno chiaro di distinzione sociale. I denti, se non curati, marciscono prima della carne. La carne è morbida, è fatta per rimarginarsi tra una coltellata e un’altra. Lo smalto, il cemento vanno in briciole, la dentina e le radici marciscono.
Quel contrasto tra la pelle liscia, i capelli completamente neri e quel buco tra il naso e il mento, quel naso che diventa più appuntito, mi impedisce di smettere di fissarlo. L’istinto, tipicamente umano, di catalogazione, fallisce. Non è né giovane né vecchio. Trent’anni possono pesare più di cento sulle spalle, sulle radici dei denti.
Non sarebbe male essere un cane per un’ora o due. E non per poter pisciare liberamente sul marciapiede o sul copricerchio in lega di qualche idiota — cosa che comunque avrebbe già il suo senso —, ma per pensare senza parole. I pensieri si libererebbero come acqua da un tubo rotto. Un cane fa delle scelte complesse senza parole, è geloso senza avere mai sentito parlare di gelosia, è capace di elaborare un piano, come nascondere un tozzo di pane e riprenderlo a distanza di giorni, senza conoscere la parola nascondiglio, senza che tutti i nascondigli del mondo debbano collassare in questo sfiato articolata della bocca.
Le parole formano una griglia e tra un atomo e un altro non ci può stare niente, è come una rete da equilibristi che sta sul vuoto: tanti piccoli nodi, mobili e molli e che aspirano a tassellare lo spazio. E quello spazio vuoto dà una sensazione di piacevole smarrimento, come quella a cui si riferisce Sartre. Ma è un miraggio. Possiamo solo schizzare da un nodo a un altro come una raganella in uno stagno e percepire il salto come approssimazione dell’infinito che ci sta in mezzo.

La maggior parte del tempo, in mancanza di parole cui attaccarsi, i miei pensieri restano nebulosi. Disegnano forme vaghe e piacevoli, e poi sprofondano, e subito li dimentico.

Jean-Paul Sartre, “La nausea”, 1938

Posted in: Filosofeggiando

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