Assenzio

By Pietropaolo Morrone on 8 maggio 2016 — 1 min read

Non esiste una ricetta per fare qualcosa con la certezza di non commettere errori. C’è, invece, una ricetta infallibile per sbagliare: basta pensare a quello che stiamo facendo o che stiamo per fare. Non c’è modo migliore per sbagliare un brano che stiamo suonando che pensare a come è complessa la coordinazione dei movimenti delle due mani, il controllo della respirazione, la somma infinita di micromovimenti necessari. Fortunato chi riesce a mandare a nanna la coscienza quando serve che dorma, quando serve che non vigili sugli automatismi. La natura cieca non ha problemi, le stelle non dimenticano di bruciare, le ombre non dimenticano mai di rispondere alla chiamata.Ho letto una poesia di Hans Magnus Enzensberger sul tema e mi ha fatto ricordare una manciata di versi che avevo scritto qualche anno fa, “Assenzio”. Ve le propongo entrambe.

Josef Koudelka, CZECHOSLOVAKIA. Straznice. 1966. Festival of gypsy music


 

Assenzio

Non riesco a suonarlo questo pezzo,
le corde sfriggono, spernacchiano.
Dieci note e le dita incespicano,
mi fermo.
Mi comprimo in una matassa rugosa,
controllo ogni muscolo,
ma sbaglio dopo sette note.
Ripeto, e sbaglio dopo cinque,
una corda frigge, un’altra spernacchia.
Faccio una pausa.

Assenzio, mezza bottiglia di assenzio,
verdi vapori ballano,
ubriaco, puro essere,
assenzio, mezza bottiglia,
senza pensiero, senza volere,
vanno, vanno le note,
non sbaglio, le corde non sfriggono.
Guardo la chitarra,
lei non pensa,
è, e basta.
La sollevo,
la lascio,
cade,
si crepa.
La risollevo,
ricade,
come prima,
non sbaglia a cadere.
Le stelle non sbagliano a bruciare,
i pianeti non sbagliano a girare,
accendo la luce,
la spengo,
la riaccendo,
poi la spengo,
la mia ombra non sbaglia,
prima mi imita e poi si spande,
affogandomi.
Verdi vapori che ballano,
assenzio, un’altra mezza bottiglia.

In bilico
di Hans Magnus Enzensberger

Come mai riesca
a quest’angelo zoppicante
di andare, andare, andare,
per decine di anni,
su due gambe solitarie,
senza perdere i sensi,
senza finire
sull’orizzontale…
Una sorta di danza sulla fune, appresa
a fatica cento volte
inciampando incespicando precipitando;
un percorso da capogiro,
un altalenare e barcollare,
a sinistra in basso in avanti a destra indietro,
affrontando la forza di gravità.
Confitta in fondo al cranio
la bussola giroscopica,
un campo ondulato di sensori
nel labirinto.
Il corpo non sa
ciò che fa quando va.
Se lo sapesse
sarebbe perduto.

 

Link: POESIE SCELTE di Hans Magnus Enzensberger con una nota di Alfonso Berardinelli

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