Antidiario – Elogio della contemplazione cazzeggiativa

By Pietropaolo Morrone on 25 giugno 2016 — 3 mins read

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Opera di Ernesto Miguel Blanco Sanciprián

Bisognerebbe istituire l’ora di contemplazione quotidiana, come il Ṣalāt dei musulmani. Tutti, a una specifica ora del giorno, o, meglio ancora, quando di vuole, dovrebbero fermarsi e “contemplare”, osservare semplicemente quello che hanno intorno, prendere coscienza di sé, senza pensare alle miserabili faccende su cui spendono la maggior parte della loro altrettanto miserabile vita.
Che facciamo ogni giorno? Ci svegliamo, prepariamo i figli per la scuola tra bave, ruttini, urla e pianti, ci tuffiamo nel traffico metropolitano, tra vapori di sudore, turbe umane frettolose, pinguini incravattati e con i piedi sporchi, il tutto per consumare buona parte della giornata per far crescere un’azienda, gonfiare l’ego di un Dirigente scolastico o semplicemente il portafogli di un grasso maneggione. Così se ne va tutta la mattina, freneticamente a sgambettare tra colleghi arrivisti, districandosi tra lingue felpate pronte a leccare con cura profonda le chiappe grasse dei loro capi. Poi, una miserabile pausa pranzo spesa perlopiù a mangiare in fretta e furia qualche porcheria piena di insaporitori, glutammato monosodico, acido tartarico, che renderebbero saporito pure un tocco di merda. Ingoiato il boccone, finalmente si ricomincia, ci si sistema di nuovo davanti alla scrivania facendo finta di essere svegli, sotto gli occhi vigili di qualche cane da guardia senza cervello. Arriva poi l’ora di uscita, ci si rituffa nel traffico metropolitano, arzillo esattamente come alla mattina, tra vapori di sudore ancora più pungenti e si ritorna a casa belli e morti. Se va bene riusciamo a giocare col pargolame che invece è pieno di vita, una cena rapida e poi, pargolame permettendo, ci si mette a letto per ricaricare le batterie per ripetere l’inutile ciclo di Sisifo del giorno successivo.
In fondo, siamo gli esseri più altruisti che si possano immaginare: non c’è abbastanza tempo per pensare al SÈ, ma non ce ne accorgiamo. Da bambino mi rendevo conto che nella maggior parte del tempo non ero cosciente di me stesso. Quando giocavo a nascondino, “diventavo” il gioco stesso, quando studiavo, diventavo il libro di epica o di storia, quando facevo qualsiasi cosa, capivo che non conservavo più il mio “io” ma mi trasformavo in azione, in altro da me; l’unico momento in cui ero cosciente realmente di me stesso era quando mi fermavo nel senso letterale del termine, smettevo di fare qualsiasi cosa: allora mi rendevo conto di essere. Sono convinto che esistono persone che non hanno mai avuto il tempo di accorgersene. Servi del mondo esterno, imboccano l’AZIENDA come un bambino che non è mai sazio, un minotauro a cui non offriamo le vergini, ma qualcosa di molto più pericoloso, il nostro tempo.

Contempliamo (imperativo) per un’ora al giorno. Fermiamoci ovunque ci troviamo e osserviamo senza scopo. Un panorama, le nuvole, il Sole, l’erba, una margherita che nasce per sbaglio da un inatteso raggio di sole invernale. Esercitandoci con passione e continuità, i politici non potranno che essere meno ladri, i maneggioni non potranno che maneggiare meno, i truffatori truffare meno, perché non c’è una Luna per presidenti del Consiglio e una Luna per spazzini, ma la Luna è una sola, il paesaggio, il Sole, l’erbetta non le può rubare nessuno.


 

Quello che dovevo dire l’ho detto, fa bene alla salute ritornare ai nostri affari dopo aver letto Brodskij:

La noia è, per così dire, la nostra finestra sul tempo, su quelle proprietà del tempo che siamo inclini a ignorare, con possibili rischi per l’equilibrio mentale. In breve, è la vostra finestra sull’infinità del tempo, in altre parole, sulla vostra insignificanza all’interno di esso. È questo forse che spiega il terrore di serate solitarie e torpide, o il fascino che esercita talvolta su di noi un granello di polvere sospeso in un raggio di sole, mentre da qualche parte si sente il ticchettio di un orologio , e la giornata è calda, la volontà a zero.
Una volta che questa finestra si è aperta, non cercate di richiuderla; anzi, spalancatela. Perché la noia parla il linguaggio del tempo, e vi insegnerà la lezione più preziosa della vostra vita – quella che non avete appreso qui, su questi verdi prati –, la lezione della vostra completa insignificanza. È importante per voi così come per quelli con cui vi troverete a contatto. «Tu sei finito,» vi dice il tempo con la voce della noia «e qualsiasi cosa tu faccia è, dal mio punto di vista, futile». Questa non sarà, ovviamente, musica per le vostre orecchie; eppure, il senso di futilità, la percezione del significato ristretto finanche delle vostre azioni migliori, più veementi, è meglio dell’illusione riguardo alle loro conseguenze e all’autostima che ne consegue.
Iosif Brodskij, Elogio della noia, Adelphi, 2003

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  • Sei più Pietro o più Paolo? A breve il tuo doppio onomastico potrebbe sciogliere l’enigma?
    A Roma godresti pure dell’effetto festaiolo!
    Non ho ancora letto biografia & varie anzi sono entrata qui, per direttissima, per un solo motivo…Applauso 😉

e per finire…

Il difficile non è scrivere, ma riscrivere, smembrare, sbudellare un testo e rimetterlo insieme in modo che diventi più vivo di prima. Se hai qualcosa da dirmi contattami via email. © PIETROPAOLO MORRONE — tutti i diritti riservati