Antidiario — È facile aggiustare le cose

By Pietropaolo Morrone on 5 marzo 2016 — 1 min read

 

Passeggio da mezz’ora tra corridoi asettici. La cappella è chiusa. Un secchio pieno d’acqua con una scopa dentro sta all’ingresso. Dall’ascensore viene fuori una barella con una vecchia. Tiene la testa china su un lato, mi guarda per un istante. Giro l’angolo. Sento un chiacchiericcio dall’altra parte di una porta aperta. Entro. Ci sono tutte queste scatolette di vetro con dentro dei bambini miniaturizzati. Un vecchio sta con la testa quasi poggiata al vetro. A dieci passi c’è un’altra vetrata, ma è ancora chiusa. Un nugolo di voci, in attesa che la serranda si alzi, commentano a bassa voce. Tra questi, un ragazzotto panciuto prende ad avvicinarsi alla vetrata aperta. Si tira su le maniche: «tanto sono tutti uguali», e si gira verso i suoi.
Dall’altra parte del vetro entra un tipo in camice verde, lo segue una donna dai capelli rasati, col pancione. Si fanno strada in mezzo alle incubatrici. Puntano a una di quelle scatolette. Lui infila un braccio in un foro, attraverso il vetro temperato. Accarezza con un dito il braccio di quel corpo fatto di puro presente. Il viso della donna, guasto dalla stanchezza, si apre. Si poggia una mano su quel pancione lasso. Mi giro un istante, un vecchio con la coppola in mano mi guarda. «È un chilo e cento. È nata che era novecento grammi». Mi volto e me ne vado, tra i corridoi asettici. La cappella è sempre chiusa. Il secchio pieno d’acqua con una scopa dentro è ancora lì. L’ascensore è chiuso. Un foglio da stampante con scritto “guasto” è appiccicato di sbiego. Lo strappo, lo accartoccio e lo butto indietro. «Non è più guasto?» chiede qualcuno da dietro. Prendo le scale e me ne vado.

La foto è di Patrick Zachmann
FRANCE. Paris. 13th arrondissement. 1986.
“La Pitié-Salpétrière” hospital. Patrick Zachmann’s wife and newborn son Théo.
– via www.magnumphotos.com

 

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e per finire…

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