Antidiario

By Pietropaolo Morrone on 9 febbraio 2016 — 1 min read

“Betray your senses”, William-John-Holly
Invidio chi è capace di scrivere un diario.
Per me non è molto diverso dall’azione di sbudellarsi con le proprie mani, rovistare negli organi interni, nelle proprie viscere e, naturalmente, doverle rimettere a posto. Forse mi riesce così difficile perché non mi piace come ho vissuto… Forse è per questo che riverso le stille incontrollabili della mia febbre su carta, invento storie, dò la parola a personaggi che non esistono e che non esisteranno mai, ma che avrebbero potuto. Gli dò vita. Sì, potrei riprendere capitoli mal scritti della mia vita e rivederli, cambiare i personaggi, sopprimerne alcuni (in certi casi con grande piacere) e inventarne altri. Potrei essere Dio. Potrei essere il Dio del nulla.

Un diario è uno specchio, ma è innaturale per una creatura di carne guardarsi. Penso a un uomo primitivo. Sapeva che faccia aveva? Forse poteva capitargli di guardare la sua immagine torbida sulla superficie di un acquitrino, ma di sicuro gli erano più noti i volti altrui. È per questo che preferisco guardare il mondo, assorbire la luce che rimbalza e farla rimbalzare di nuovo su carta. È questo l’Anti-Diario, io divento uno specchio. Solo questo posso fare. Forse mi illudo che in questo materiale grezzo non restino brandelli, schizzi protoplasmatici, frattaglie di me stesso, ma non è così.
È utile? Inutile? Non lo so. Sono domande prive di senso. “Utile” è solo una relazione binaria tra due “oggetti”, due persone, o un oggetto e una persona. Nel “Giorno del giudizio”, lo scrittore sardo Salvatore Satta ricorda Zenomìnu, il falegname di Nuoro, che “nelle giornate estive, alle due del pomeriggio, deposta la sega e la pialla, dava fiato alla cornetta, e il suono si riversava nei vicoli infuocati, si insinuava nelle case, e tutta la vita restava sospesa a quelle note. Anche i cani distesi come morti lungo la poca ombra delle case muovevano la coda. Peppino e Sebastiano, nello stanzino senz’aria, leggevano accompagnati da quella voce, e leggevano per la stessa ragione per la quale Zeromìnu suonava la cornetta, cioè per nessuna ragione, perché gli uomini avevano un pertugio per il quale penetrava il mistero”.

Alla prossima…

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e per finire…

Il difficile non è scrivere, ma riscrivere, smembrare, sbudellare un testo e rimetterlo insieme in modo che diventi più vivo di prima. Se hai qualcosa da dirmi contattami via email. © PIETROPAOLO MORRONE — tutti i diritti riservati